|
D.
-
Lei ha
superato, durante gli anni dedicati al Parco, e
con tutti gli strascichi successivi (vale a dire dal
1969 ad oggi), la quota di ben 1.500 procedimenti
soprattutto penali, uscendone sempre scagionato e
innocente. Come ha potuto tenere il conto esatto di
questa vicenda incredibile, di sapore kafkiano?
R.
-
In realtà il conteggio non l’ho intrapreso io: ad
iniziare furono alcuni giornalisti della stampa
ambientalista negli anni Settanta, allorché mi trovavo
appena a quota 300. Poi
venne intrapresa una indagine
più seria, e negli anni Novanta avevo già toccato quota
800: fu allora che il Corriere della Sera dedicò
all’evento un vasto servizio (Sette
n. 15, del 10 aprile 1997). Tenere il
conto divenne però sempre più difficile, ma nel 2001
confessai pubblicamente d’essere arrivato a quota 1.000.
Intanto, nel 1998 la Rivista Abruzzese, scherzandoci
sopra, aveva pubblicato un
Fascicolo Straordinario (La
lunga guerra per il Parco Nazionale
d’Abruzzo)
con un singolare manifesto,
Wanted!,
in cui si offriva una congrua taglia per la mia testa.
E in effetti, i
bounty
killers già
pullulavano… Fiorirono ricerche, analisi
sociopolitiche e tesi di
laurea anche all’estero (alcune ancor oggi non
concluse), e finalmente
questa bella storia italiana assurse all’attenzione
teutonica in Baviera, grazie allo studioso Benno
Zimmermann, che nell’anno
2004 mi collocava a quota 1.300. Oggi, modestia a parte,
ho raggiunto quota 1.500: un livello degno davvero del
Guinness dei Primati.
E non manca chi prevede che
in futuro potrei conquistare persino la vetta dei 2.000.
D.-
Pensa davvero che
anche adesso, che ha lasciato ormai da quattro anni la
Direzione del Parco più famoso, amato e importante, ma
anche più difficile d’Italia, questa “storia infinita”
continuerà? Non si potrebbe invece chiuderla finalmente,
magari pubblicandone il rendiconto?
R.-
Sarebbe molto bello, ma certo non dipende da me, perché
vi sono ancora vari procedimenti pendenti, e i tempi
della nostra Giustizia sono quelli che tutti conosciamo.
Offrire un resoconto finale completo non sarà inoltre
possibile, fino a che non avrò recuperato i numerosi
fascicoli che mi sono stati
sottratti mentre ero ammalato. Per questo,
avevamo prodotto nel 2002 due circostanziate denuncie
penali, una a Roma e l’altra a Sulmona, ma senza
ottenere nulla, almeno per ora. Si dovrà dunque
attendere ancora, e forse non poco…
D.-
Quali sono le
cause di fondo di tutte queste denuncie infondate,
talvolta ridicole? Possono spiegarsi soltanto con il
conflitto, spesso violento, tra chi difende la natura e
chi vuole cementificarla?
O non vi saranno altre
ragioni recondite?
R.-
Domanda esatta, risposta difficile. In realtà sono stato
accusato di tutto (dal lancio aereo di lupi siberiani e
di vipere in sacchetti, alla caccia riservata al
camoscio con la protezione di guardie armate). Il fatto
però che nessuno abbia mai preteso
seriamente di attribuirmi i reati più diffusi tra chi
detiene il potere nel nostro Paese (come corruzione,
truffa, peculato e simili) fa già capire di cosa stiamo
parlando. Del resto, quello del Direttore del Parco non
rappresentava un vero potere, al massimo poteva essere
definito un “contropotere”…
In un Paese come il nostro – dirò di più, nell’ambiente
culturale dei villaggi di montagna del Mezzogiorno –
promuovere ricerca e innovazione, attuare strategie di
conservazione “rivoluzionaria”come la “zonazione”,
pretendere la rigorosa applicazione delle normative
ambientali, magari facendo abbattere una trentina di
villini abusivi di potenti romani, e puntare sul
volontariato e sull’ecoturismo,
fin dal principio degli anni Settanta, era come offrirsi
da bersaglio fisso per cecchini e per plotoni di
esecuzione. Per di più, quegli ambienti “chiusi” erano
già stati violentati e in parte
corrotti dalla speculazione edilizia. Il fatto
di essere “straniero”, vale a
dire non “paesano”, aggiungeva un’altra colpa. Ma la
vera, profonda ragione è politica, o meglio sta
nella assoluta mancanza di
una vera “politica” intesa nel senso più nobile. C’è
stata sempre soltanto una “partitica” invasiva (simile
agli affari di clan o di gruppi ben definiti), che si è
occupata soprattutto di
affarucci di bassa bottega.
Ma sono mancati il patrocinio e la mediazione della vera
politica, che doveva fungere da raccordo
positivo e virtuoso tra la
più lungimirante conservazione della natura e le
comunità locali, talvolta miopi e talaltra disinformate
e fuorviate. Non è emersa, insomma, alcuna personalità
equilibrata, credibile e
lungimirante che abbia saputo affermare chiaramente:
“State
calmi, abruzzesi,
chi lotta per salvare l’orso
marsicano lo sta facendo anche per voi e per i
vostri figli”. Molti hanno invece
gridato a pieni polmoni, istigando la caccia all’untore:
“Aiutateci a
cacciarli!”. Ogni “partitico” incallito
odia infatti chiunque non si
prostri ai suoi ordini, perché ritiene che costui,
soprattutto se mostri capacità e indipendenza, gli
sottragga una “quota di dominio” sulla gente e sul
territorio.
D.-
Ma se andassimo
più a fondo, quali gruppi politici (pardon, “partitici”)
in questo terzo di secolo l’hanno più ostacolata nella
“redenzione” del Parco, sono stati più sleali, hanno
perseguito interessi meno cristallini?
R.-
Verrebbe da rispondere quasi di getto “tutti, prima o
poi”, ma forse è meglio essere un po’ più analitici. In
altre parole, una risposta obiettiva e inconfutabile
verrà soprattutto dagli studi in corso in Italia e
all’estero (preferirei non essere proprio io, ed io
soltanto, a pretendere di offrire risposte apodittiche).
Uno di questi studi verte appunto su: “Ruolo
dei partiti politici nella conservazione
della natura in
Italia”. Per chi
volesse inquadrare nel modo migliore la storia
della “redenzione” del Parco d’Abruzzo, poi, suggerisco
la lettura del bel libro di James
Sievert
“The
Origins of Nature
Conservation in
Italy” (Peter
Lang, Berna 2000). Non a
caso, reca in copertina una splendida immagine della
Camosciara restituita alla
natura: un evento davvero storico, celebrato nell’anno
1998. Nel periodo, insomma, della tanto “malfamata”
vecchia gestione del Parco.
D.-
Diciamo qualcosa
di più preciso, adesso, almeno sugli attacchi peggiori,
in questa “lunga guerra per il Parco Nazionale
d’Abruzzo”.
R.-
Nell’anno 1969, ancor prima di entrare in
servizio al Parco, la mia famiglia incominciò ad essere
bersagliata da minacce di morte. Anche dopo, aggressioni
fisiche a me e ai miei familiari non sono mancate, ma si
tratta pur sempre di una
infima percentuale, raffrontata alle alluvioni di veleni
diffamatori e calunniatori profusi ovunque, e con ogni
mezzo. Nelle denuncie c’era tutto, dal traffico di droga
all’ospitalità ai terroristi, al punto che ben presto
subimmo indagini,
perquisizioni, irruzioni notturne… Secondo qualcuno, di
fronte alle valanghe di accuse così gravi, avrei dovuto
dimettermi subito. Ma se
l’avessi fatto, il Parco e l’Orso non esisterebbero
neppure più… E di conseguenza, forse non sarebbe esplosa
neanche la straordinaria fioritura di nuovi Parchi,
quella che un Capo dello Stato definì, nel suo messaggio
augurale al Paese del 31 dicembre 1988 “la primavera dei
Parchi”. Perché il Parco d’Abruzzo, come tutti sanno,
finì col diventare quasi una leggenda, molto
al di sopra delle realtà e
dei meriti effettivi: e venne ben presto preso a modello
da tutti gli altri Parchi, non solo in Italia.
Le
raffiche degli attacchi, mai interrotte, culminarono in
tre fasi distinte, alle quali storici e politologi
tendono ad attribuire sigle
specifiche: negli anni Ottanta il
Susygate,
negli anni Novanta il
Savyogate,
ed infine nel Terzo Millennio il
Pratesygate.
Esaurite le prime due, la terza
risulta ancor oggi in pieno svolgimento. Spesso
mi viene chiesto come mai
tutta questa acredine e tanto accanimento, e in che modo
si possa spiegare una insistenza quasi maniacale. La
risposta è semplice: nuovi tentativi si scatenano, là
dove i precedenti sono falliti. Perché a quota 1.500 la
mia fedina penale è ancora, come è
sempre stata, perfettamente integra. Inoltre non vi è
dubbio che la marea di fango riversata sul nemico da
eliminare s’ingigantisce sempre, in proporzione diretta
con la bassezza, il rancore, la gelosia e l’invidia di
chi la scatena.
E in qualche caso può anche
scaturire, nei soggetti falsi, traditori e rinnegati,
dal tumulto della coscienza e dal bisogno di cancellare
tutto ciò che potrebbe suscitare rimorsi.
D.-
Vorrebbe dire
allora che l’assalto al Parco si è scatenato come un
complotto, un “golpe”, un “blitz” ben visto dai poteri
forti e occulti, che hanno impiegato la doppiezza dei
falsi amici, e di tutti coloro che avrebbero dovuto
difenderla quando era ammalato? Insomma, è proprio vera
la voce che circola, e cioè
che ai danni del Parco e del suo Direttore sarebbe stata
commessa una “porcata”, ovvero quella che oggi viene
definita in gergo romanesco “una sozzura”?
R.-
Questo lessico non mi appartiene affatto, e
poi non intendo avere la presunzione di risolvere e
svelare quello che molti hanno chiamato “il giallo del
Parco”. Una risposta sicura verrà, ma forse dovremo
ancora attendere. Credo che la verità affiorerà,
prima o poi, e qualche
sintomo promettente incomincia già a percepirsi.
Ma non siamo al finale di un
film americano, e non abbiamo un romanziere come
John
Grisham a raccontarci la conclusione del
thriller.
La giustizia si sta affermando, ma ovviamente con i ben
noti tempi ital-giurassici.
Noi, o forse sarebbe meglio dire i nostri figli, siamo
sempre qui, in fiduciosa attesa.
D.-
Se dovesse
concludere, almeno per ora, con una breve frase questa
puntata del “giallo”, cosa le verrebbe spontaneo dire?
R.- Risponderei soltanto con due
parole e mezzo:
“Grazie Italia”, e
“Scusa Italia”.
Grazie, per avermi confermato quello che
avevo intuito fin dal
principio, nelle battaglie in difesa della natura. Una
delle mie prime domande di fondo,
all’epoca delle durissime lotte contro la speculazione
edilizia, condotte insieme a personaggi del calibro di
Antonio Cederna, fu
infatti: “Ma
questo Stato, da che parte sta?”.
Scusa, per aver tentato di portarti all’avanguardia
nella conservazione della natura, perché ora abbiamo la
chiara conferma che i tuoi anticorpi non lo
sopportavano, e che una tremenda crisi di rigetto era
inevitabile…
D.-
Ma queste sono
tre parole, e poi la parola Italia viene ripetuta due
volte!
R.-
Se è per questo, la parola Italia può anche essere
ripetuta e urlata all’infinito, specialmente alle
partite e alla televisione, ma è la sostanza che qualche
volta manca: perchè non c’è molto rispetto per
l’identità del Paese e la dignità della sua gente.
Distruggere quello che gli svizzeri chiamano “il volto
amato della patria” per un profitto
immediato significa rinnegare il proprio Paese,
cancellarne una delle parti migliori. In questa
situazione l’Italia finisce dimezzata, diventa appannata
e si mostra contraffatta. Ancora troppo lontana dal
sogno di un’Italia autentica, integra e giusta: quella
più vera, che forse un giorno potrebbe risorgere.
Londra (UK), Washington (USA), Melbourne (Australia),
Roma (Italia), marzo 2006.
|