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In decenni di battaglie
naturalistiche, ho cercato di salvare migliaia di alberi ed
intere foreste, sfatando l’opinione che il detto
“pianta che non fa frutta,
tagliala tutta”,
tipico del contadino toscano, rappresenti la vera saggezza
popolare.
E’ stata una lotta a colpi di idee
e di civiltà contro scuri e motoseghe, che nascondono interessi
e speculazioni enormi, assai poco note ed indagate dagli
italiani. Nei 33 anni in cui ho diretto il Parco Nazionale più
difficile, quello d’Abruzzo (prima che precipitasse nell’attuale
sfacelo), avevo bloccato i tagli industriali, preso in gestione
tutte le selve e le foreste (non per tagliare, ma per lasciar
crescere e invecchiare in pace), rivelando il valore eccezionale
dei grandi alberi, di quei patriarchi verdi plurisecolari che
gli antichi adoravano come “sacri”. E’ stato calcolato che,
grazie a questa strategia “controcorrente” che non mirava al
profitto immediato, ma all’equilibrio e all’armonia con la
natura, oltre 10 milioni di faggi siano stati sottratti al
taglio. Ed è noto che proprio grazie a questo sistema
idrogeologico sano, milioni di persone delle valli e pianure
circostanti possono continuare a sfruttare acqua abbondante e di
eccellente qualità. Molte ditte boschive e qualche forestale
hanno masticato amaro, ma a tutti i Comuni proprietari dei
boschi venivano riconosciuti equi indennizzi, che ancor ora
rappresentano la base più solida dei loro bilanci. Eppure oggi
l’aria è cambiata, e per qualcuno è ripresa la frenesia del
taglio: magari per costruire piste da sci, là dove la neve non è
più quella d’un tempo né la stessa delle Alpi, e dove d’inverno
spesso ricrescono le margherite. Più in generale, comunque, ero
forse riuscito a diffondere una cultura del bosco, con la
riscoperta della ricchezza dell’albero e della foresta viva e
vera. Perché, proprio come affermava Horst Stern,
“L’uomo di tutto conosce il
prezzo, di nulla conosce il valore”.
E poi ne paga le conseguenze, con
alluvioni, frane e persino con una rapida corsa verso il
riscaldamento globale, la desertificazione e la banalizzazione
del paesaggio. Perché un bosco, cari professionisti del taglio,
non può valutarsi solo a metri cubi di legname, ma per tutto ciò
che ci dona ogni giorno in ombra, aria, acqua, suolo fertile e
ricca biodiversità.
Ora che trascorro più tempo nella
Maremma Toscana, resto sbigottito nel constatare quanto una
regione così evoluta stia tornando indietro nella cura del
proprio paesaggio e delle antiche, meravigliose querce che ad
ogni scorcio lo caratterizzavano. C’è stata una forte campagna
contro l’eccesso di autostrade: chi non ricorda la simpatica
iniziativa della Regione? Una bella cartolina con
“Tanti saluti dalla Maremma”,
ridotta poi dal megaviadotto a
“Tanti saluti…alla Maremma”…
Oggi si dovrà lanciare
un appello anche più profondo per la natura, del genere
“Un saluto al paesaggio
toscano”? Che se ne
sta andando pezzo per pezzo, senza che molti se ne accorgano, e
soltanto con poche flebili proteste. Dal Chiantishire alla
Lucchesia, dal Pisano alla Maremma, molti stranieri considerano
la campagna toscana come uno dei luoghi più favolosi dove
vivere: e non si tratta certo degli ultimi arrivati, ma di
scrittori, artisti, studiosi, giornalisti che hanno girato
davvero il mondo. Forse dovrà partire proprio da loro l’allarme
per il verde che scompare? Una volta avevamo un immenso
Urwald (la foresta primigenia, misteriosa e inviolata).
Poi lo trasformammo, con secoli di duro lavoro e unione con la
terra, in un grande e ricco giardino, dove a campi coltivati,
piccole fattorie e animali da pascolo si alternavano alberi
colossali, fitte macchie e solenni boschi d’altofusto. Dove ci
porterà il futuro? Sarà davvero la corsa verso lo
Steckerwald (e cioè il bosco-stecchino, un alberello
ogni 10 metri) - come disse una volta una signora bavarese che
vive in Maremma - la nostra agognata meta finale?
Molti sintomi preoccupanti
sembrano confermarlo. A parole tutti, sindaci, assessori,
amministratori e forestali proclamano l’amore per la foresta e
per l’albero. Di fatto, ci propinano poi nei canali televisivi
privati una valanga di manifestazioni nel segno del taglio, con
poderose motoseghe svedesi, per un bosco davvero “sostenibile”,
dove si ricaverà un bel po’ di legname, facendo “pulizia” di
tutto il sottobosco. Un ambiente quindi che non sosterrà né
l’ecosistema, né l’equilibrio idrogeologico, né l’armonia del
paesaggio: ma solo le tasche dei nuovi barbari, che passano
razziando e lasciando soltanto la pallida ombra di ciò che
avevano trovato.”In
Cina una muraglia di alberi contro la desertificazione”,
titolava tempo fa il maggiore quotidiano italiano: vale a dire
una fascia di boschi di oltre 4.000 km, per proteggere le terre
fertili. In Toscana, invece, si spalancano gioiosamente le porte
ai vandali e al riscaldamento globale.
Maremma Toscana, estate 2003
Franco TASSI
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