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COLEOTTERI BUPRESTIDI D'ITALIA

Piccole Faune

Coleotteri Buprestidi

d’Italia

 IN CD-ROM

G. Curletti – M.Rastelli - S. Rastelli – F. Tassi

 

PREFAZIONE

Poche creature viventi nel vasto microcosmo intorno a noi hanno saputo suscitare, fin dai tempi più remoti, tanto interesse, sacro rispetto e curiosità quanto i multiformi Coleotteri, affascinanti per gli splendidi bagliori metallici e per la varietà di aspetti, imperscrutabili nelle misteriose abitudini e liberi abitanti di ogni angolo della Terra. E quali esseri “minori” appaiono in definitiva più  “grandi” dei coriacei sovrani del giorno e della notte, inseparabili dagli alberi e dalle foreste, capaci di sfuggire silenziosamente alla vista o di elevarsi d’improvviso, con volo rapido e quasi magico verso il cielo?

Tra tutti gli Scarabei e i loro simili, dai Cervi volanti alle Cetonie, dalle Potosie ai Longicorni, un posto davvero speciale spetta però agli smaglianti Buprestidi, non a caso denominati in molti Paesi “Coleotteri-gioiello”.

Figli del Sole e messaggeri della buona stagione, ospiti discreti delle piante più disparate e testimonianza policroma inimitabile della genialità artistica della Natura, vivono spesso accanto a noi senza che ce ne rendiamo conto: eppure senza di loro il mondo non sarebbe lo stesso… Anzitutto per il ruolo attivo e positivo, non dannoso ma equilibratore, che essi giocano nell’ecosistema. E poi perché alle radici di molte arti e culture si celano spesso, consapevolmente o inconsciamente, fonti di ispirazione inimmaginabili: i ritmi e i colori, le forme e i suoni, il disordine e l’armonia della natura. I Buprestidi celebrano l’avvento della calda

estate con danze d’amore, in un brulicare di vita che si rinnova... Ma dopo appena qualche settimana di trionfo all’aperto, si dissolveranno di nuovo come d’incanto: per poi rinascere nel rito dell’eterno ritorno dal profondo dei tronchi e dei ceppi, dei rami e degli steli. Dove, nella veste di disadorne e pazienti larve, si nutriranno per mesi, e talvolta per anni, prima di riuscire, attraverso la metamorfosi, a raggiungere il compimento della propria esistenza, offrendo così il dono della perpetuazione della specie.

Se oggi quest’umanità distratta e insensibile alle espressioni e alle energie della Terra, da cui dipende la stessa vita di tutti, rischia di diventare sempre più miope ed egoista, forse non è stato sempre così; e certamente non dovrà continuare in questo modo, perché coloro che verranno dopo, uomini, animali e piante, meritano sicuramente un mondo più ricco di vita, di armonia e di colori. Un naturalista filosofo nutritosi per oltre un secolo della contemplazione delle meraviglie del creato, Ernst Jünger, nel suo celebre libro “Cacce sottili” ebbe a definire i Buprestidi “adoratori del sole”, i quali “risplendono magnifici in quella luce, mentre sono poche le creature che ne sopportano la vampa con tanto fervore”.

Ma, concludeva, “sono ancora più difficili da catturare delle Cicindele perché, al più lieve movimento di chi fa per avvicinarsi volano via”… Forse, è proprio per la peculiarità di spiccare il volo rapidi e fulminei, staccandosi dal fiore o dal tronco ed elevandosi tra le cime degli alberi, liberi verso il cielo, che i Buprestidi avevano ispirato gli antichi popoli a particolare reverenza e stupore verso i gioielli della natura. Probabilmente, comprenderemmo meglio la loro filosofia della vita se, anziché guardare le cose dal basso, potessimo librarci nell’aria come uccelli, dominando le vette dei grandi alberi e scrutando la volta della foresta. Vedremmo così i Buprestidi giungere in volo da ogni parte, sfuggire o soccombere ai predatori, incontrarsi e accoppiarsi, deporre le uova nei siti più promettenti e protetti, assicurando così la vita alla propria prole. Uno spettacolo unico di vitalità e bellezza, che pochi hanno avuto la fortuna di ammirare ma che potrebbe accendere in ciascuno, tra lampi e bagliori, una nuova scintilla. E' anche per questo, allo scopo di offrire a tutti la concreta possibilità di scoprire un mondo segreto straordinario a due passi da noi, che è nata

l'idea di dedicare ai Buprestidi d'Italia la prima delle Piccole Faune in versione multimediale, ricca di illustrazioni, stimoli e risposte. Affacciarsi anche ad una piccola finestra della natura può voler dire capire meglio il valore di tutto l'insieme delle forme viventi. Perché, come sosteneva lo stesso Jünger, “quando si osserva un angolo della realtà, si acquisisce al tempo stesso conoscenza di altre cose nascoste”.

Il messaggio che queste creature minori, innocenti e indifese tentano di comunicarci è molto semplice. Siamo tutti molecole d’un mondo nel quale si affollano molti altri esseri grandi e piccoli, diversi tra loro, compreso l’uomo. Il quale, insistendo a non voler vedere le vere e grandi ricchezze che ha intorno a sé, potrebbe continuare a distruggere ogni cosa, condannando così anche se stesso. Ma se usasse nel modo più saggio l’intelligenza di cui è dotato, riuscirebbe forse a disegnare, per sé e per gli altri, un destino diverso e migliore.

Roma – Maremma Toscana, estate 2003

Franco Tassi

Comitato Parchi - Centro Studi

Cyphogastra sp.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scintillatrix dives

 

GENERALITÀ

La famiglia dei Buprestidi, che conta attualmente circa 15 mila specie note alla scienza, è diffusa in tutto il mondo con esclusione delle zone più fredde, con costumi fitofagi e xilofagi, talvolta saproxilofagi e con abitudini spiccatamente diurne, termofile ed eliofile. Si stima che il numero di specie effettivamente esistenti non dovrebbe essere comunque inferiore a 20 mila, e che la maggior parte delle entità tuttora da scoprire e da descrivere risieda nelle zone tropicali meno esplorate del globo, con particolare riferimento all'ambiente della cupola arborea e della volta forestale, finora assai poco esplorati. Estremamente ricco e complesso risulta il genere Agrilus, cosmopolita, che secondo Curletti (com. pers.) conterebbe attualmente non meno di 2800 specie descritte a livello mondiale. I Buprestidi sono Coleotteri terrestri inclusi nel sottordine Polyphaga, superfamiglia Buprestoidea, dalla forma tipicamente allungata e dalla statura variabile - da molto piccola (2 mm) a grande (8 cm) - la cui livrea sfoggia alcune delle più belle e smaglianti colorazioni metalliche del regno animale, tanto da meritare pienamente l'appellativo di "gioielli viventi", che trova spesso corrispondenza nelle denominazioni attribuite in altre lingue ("Jewel-Beetles" in inglese, "Prachtkaefer" in tedesco e "Richards" in francese).

In base alle attuali conoscenze, la fauna italiana conterebbe in totale 208 specie: ma non può escludersi che ulteriore più approfondite ricerche consentiranno nuove aggiunte, confermandone il ruolo primario nell'ambiro della biodiversità a livello europeo. “Jewel Beetles”, Coleotteri Gioiello, il nome con cui sono chiamati in campo internazionale i Buprestidi, basta da solo a rendere l’idea della bellezza di questi Insetti. Il nome deriva dal fatto che una buona percentuale di questi artropodi possiede un esoscheletro metallico, variamente colorato e brillante (i colori dominanti sono il verde, il rosso, il ramato, il blu, il dorato). Questa particolarità ne rende i componenti estremamente ricercati non solo dai collezionisti (ben nota la bellezza delle Cyphogastra e delle Catoxantha della Regione Orientale, delle Calodema di quella Australiana, delle Steraspis Africane), ma anche dalle popolazioni locali che usano le elitre per foggiare splendidi monili, orecchini e collane. Senza dimenticare che popolazioni orientali li hanno usati come oggetti di culto. Famiglia diffusa in tutte la Regioni geografiche ad eccezione di quella Antartica, risulta particolarmente concentrata nelle zone equatoriali e tropicali del globo, rarefacendosi gradualmente verso i Poli. I suoi rappresentanti nella quasi totalità hanno abitudini estremamente eliofile e termofile. Amanti del calore (Melanophila nigrita Fabricius dell'Africa meridionale può resistere a temperature di 60°C.), entrano in attività durante le ore più calde del giorno e salvo rare eccezioni rimangono in stato di quiescenza o riposo nelle ore crepuscolari e notturne o nelle giornate prive di sole. I tegumenti metallici sono spiegati dalla necessità di proteggere i tessuti dalla eccessiva incidenza dei raggi solari, mentre i colori hanno funzioni mimetiche sia criptiche sia faneriche (molte specie, di colore dorsale criptico, presentano i tergiti colorati molto vivacemente di blu o rosso, con il probabile scopo di agevolare la fuga di fronte ad un predatore, interdetto dall’esplosione di colore all’apertura delle elitre nell’atto dell’involo).

Buoni volatori, sono in genere però legati all’habitat in cui vivono e solo raramente possono compiere spostamenti di un certo rilievo, né sono conosciuti fenomeni di migrazione di massa, (in collezione Curletti sono però conservati degli esemplari di Chalcophora massiliensis caduti insieme e a decine sulla barca di pescatori a circa 5 km al largo delle coste liguri), anche se indubbiamente determinate condizioni vegetative di una foresta o anche di poche piante possono attirare questi insetti da svariati km di distanza. Le ali non piegate trasversalmente sotto le elitre permette loro un’estrema prontezza al volo e la cattura di alcune specie (gen. Chrysobothris Eschscholtz e Melanophila Eschscholtz) durante le ore di maggiore attività diventa estremamente problematica. Alcuni generi (Dicerca Eschscholtz, Capnodis Eschscholtz, Buprestis Linnaeus, Sphenoptera Solier) hanno attitudine alla tanatosi e si lasciano cadere immobili sul terreno. Altre specie tendono a rendersi invisibili al predatore ruotando e occultandosi nella parte opposta del tronco, o semplicemente appiattendosi sulla corteccia, possibilmente di profilo.

Generalmente gli adulti non riescono a sopravvivere all’inverno alle nostre latitudini, ma alcune specie (Capnodis tenebrionis, Capnodis cariosa e Dicerca aenea) sono state osservate svernanti sotto la corteccia nei mesi più freddi dell’anno. Nella buona stagione frequentano la chioma degli alberi meglio esposti nelle ore più calde del giorno e ad eccezione delle specie floricole che risultano in netta  minoranza, solo in determinati casi possono essere sorpresi nello strato basale, prevalentemente quando hanno necessità di riprodursi e di ovideporre.

Tre soli Generi appartenenti alla nostra fauna, Anthaxia, Acmaeodera, Acmaeoderella, sono antofili, anche se non mancano eccezioni che saranno citate di volta in volta. Gli adulti dei restanti generi si nutrono di foglie, ma risultano estremamente frugali, tanto che i loro danni passano Scintillatrix dives  Cyphogastra sp. inosservati. Le larve invece, in generale, sono xilofaghe o fillofaghe e possono all’occorrenza provocare danni anche di un certo rilievo, a specie vegetali forestali o coltivate, come rimarcato nei trattati di agronomia forestale. E’ tuttavia opinione corrente che il meccanismo che fa varcare la soglia dei danni di una determinata specie, non sia una regola, ma un’eccezione, causata da fattori contingenti e esterni che indeboliscono la pianta e la rendono vulnerabile all’attacco di questi xilofagi (Arru, 1961/2, Curletti, 1994).

Indipendentemente dai danni che poche specie possono arrecare, è tuttavia doveroso ricordare l’importanza che i Buprestidi rivestono nell’economia di una foresta, contribuendo, insieme con altri organismi, alla trasformazione in humus della lignina, sostanza che quasi priva di proprietà nutritive, difficilmente potrebbe essere riciclata. Possono inoltre diventare importanti indicatori dello stato di salute o di degrado delle foreste e sono in corso studi per rendere praticabile il progetto anche agli agenti forestali.

Possono inoltre rappresentare importanti indicatori dello stato di salute o del deterioramento di foreste, boschi, macchie ed altre associazioni vegetali: e quindi una loro conoscenza non superficiale che faccia comprendere le loro dinamiche evolutive può rivestire notevole interesse per ecologi, naturalisti, forestali ed ambientalisti.

In generale, si può affermare che i Buprestidi di regola non siano mai nocivi agli ecosistemi naturali integri, né agli agro-ecosistemi tradizionali; mentre in qualche caso possono risultare dannosi per certe monocolture, come constatato ad esempio per gli alberi da frutta in Europa con le Capnodis (e in Medio Oriente con le Sphenoptera).

Talvolta possono infine danneggiare seriamente piante di colture intensive o di vivai, così come constatato con Agrilus a carico di Pioppi ibridi euro-americani e con Palmar (Lampra) festiva alle spese di Thuya. Anche in questi casi, comunque non può negarsi ai Buprestidi un chiaro ruolo di "forza della natura" magari molto spinta, ma in sostanza profondamente riequilibratrice.

CENNI STORICI

Il genere Buprestis viene costituito da Linneo nel 1735, con la prima edizione del Systema Naturae, che inaugura la moderna nomenclatura binomia. Successivamente una semplice ripartizione viene effettuata da Fabricius, che nel 1801 separa il genere Trachys, mentre poco dopo Latreille propone nel 1809 il genere Aphanisticus. I tassonomi contemporanei - in particolare Leach nel 1815 - visto l'enorme numero di specie e varietà che si stanno scoprendo e descrivendo, tendono ad erigere Buprestis a livello superiore, dando vita così alla famiglia dei Buprestidae.

La prima vera grande divisione della famiglia avviene ad opera di Eschscholtz, il quale proponendo circa 12 generi stabilisce un'impostazione che verrà in seguito seguita e perfezionata da Solier (1833), Castelnau et Gory (1835-1841), Lacordaire (1857), Kerremans (1900), Cobos (1980), gettando le basi per la sistematica tuttora seguita.

Per quanto riguarda la fauna italiana, contributi frazionati ed episodici rendevano difficilmente comprensibile la sistematica dei Buprestidi. Spetta quindi a Porta (1929) e a Luigioni (1929), il merito non trascurabile d'aver tentato un'analisi complessiva della componente faunistica italiana: con cataloghi che, seppure inseriti in contesti diversi e più ampi e con qualche inevitabile errore e lacuna, sono rimasti per decenni il punto principale di riferimento per gli studiosi.

Lo studio dei Buprestidi in Italia riprende vigore nell'ultimo dopoguerra, grazie alle pubblicazioni di Gerini (1952) e di Tassi (1961), il quale per la prima volta amplia l'indagine dalla semplice sistematica e faunistica alla ricerca integrata, spingendo l'orizzonte a botanica e scienze forestali, biogeografia ed eco-etologia, ma soprattutto alla conservazione della natura, sia fondamentale che applicata.

Bisognerà attendere la fine del secolo per avere il catalogo aggiornato e completo della fauna italiana (Curletti 1994), nel quale vengono analizzate criticamente alcune segnalazioni dubbie od errate, tentando una prima sintesi della situazione buprestologica del nostro paese. Un ulteriore lavoro d'insieme riguarda la check-list della fauna italiana ad opera di Gobbi (1995), il cui catalogo viene in seguito riveduto da Curletti (2000).

ORIGINI E AFFINITA’

All’infuori di teorie e di supposizioni più o meno attendibili, obiettivamente nulla si sa dell’origine dei Buprestidi. I più antichi resti fossili conosciuti provengono dall’Emisfero Boreale (Svezia e Liechtenstein) e risalgono al Triassico superiore (Cobos,1986, Théry,1942), rappresentanti di generi ora considerati estinti (Glaphyroptera, Buprestites), ma che risultano già assai simili morfologicamente a quelli attuali. Nel Triassico inferiore, soprattutto nel Lias svizzero e inglese, emerge una fauna più ricca, ma sempre appartenente a generi estinti (Micranthaxia, Chrysobothrites, Buprestidium, Agrilium).

La Biodiversità planetaria espressa dallo "speciscapo": una speciale Tavola in cui le dimensioni di ogni organismo simboleggiano la quantità di specie compresa nel suo gruppo: Cervo volante, Faggio, Acaro, Fungo, Conchiglia, Lombrico, Orso bruno, Aquila reale e così via. da Franco Tassi, Le Meraviglie volanti, rivista "D'Abruzzo", Anno IX, n. 36, Inverno 1996, Ortona (Chieti).

Ma la vera esplosione evolutiva dei Buprestidi avviene nel Cretaceo medio, con l’apparizione delle Angiosperme. Alla fine  del Mesozoico e nel Terziario comincia ad apparire la linea evolutiva attuale e dall’Oligocene emergono testimonianze fossili di specie appartenenti a generi attuali, quali Perotis, Dicerca, Scintillatrix, Eurythyrea e Anthaxia. Già all’inizio del Quaternario, e precisamente nel Pleistocene, i resti fossili rinvenuti nelle torbiere appartengono a specie attuali.

Per quel che concerne la fauna italiana, a nostra conoscenza emergono due sole specie, rinvenute nei giacimenti del Monte Bolca in Veneto, risalenti all’Eocene (53 milioni di anni): Perotis laevigata Herr e Ancylocheira deleta Herr.

 

Larva di Julodis

 

BIOLOGIA LARVALE

Le larve dei Buprestidi sono in maggioranza xilofaghe. Fanno eccezione per la fauna Europea i Trachyinae, fillofagi, minatori, che vivono nella sezione fogliare di svariate latifoglie e di erbe e i Cylindromorphinae, poefagi, viventi nello stelo di piante erbacee.

Tra gli xilofagi, una sola sottofamiglia, quella degli Julodinae ha abitudini ectofite e le larve si spostano liberamente nel terreno, nutrendosi delle radici che incontrano (probabile adattamento agli ambienti desertici), ma la larga maggioranza è strettamente endofita. In generale si nutre di piante morte o morenti, ma alcune specie si comportano come ospiti primari, causando più o meno occasionalmente danni alle coltivazioni, sia arboree sia erbacee. La tematica relativa a questi aspetti è stata trattata in modo sufficientemente esauriente da Curletti (1994) e si rimanda a quel lavoro chi volesse approfondire l’argomento. In alcuni pochissimi casi sono stati usati Buprestidi per contenere l’abnorme sviluppo di piante infestanti esportate accidentalmente in altri continenti, ad esempio Coraebus rubi per contrastare la diffusione dei rovi in Nord America e Agrilus hyperici per contenere l’invasione di Hypericum perforatum, ipericacea divenuta infestante in Australia Orientale.

I primi Buprestidi fossili segnalati in Italia, provenienti dalle famose cave del Bolca, sui Monti Lessini nei pressi di Verona.

Ancylochira deleta (fig. 1,2,3)

e Perotis laevigata (fig. 4)

 

I BUPRESTIDI FOSSILI

Il ritrovamento di esemplari fossili, più frequenti per gli Insetti delle ambre del tipo di quelle del Baltico e della Francia settentrionale, risulta invece piuttosto raro nei giacimenti stratigrafici, tra cui merita tuttavia piena menzione quello famosissimo di Bolca, sui Monti Lessini, presso Verona. Qui già nell’anno 1856 il Dottor Abramo Massalongo, nei suoi Studi Paleontologici, menzionava tra l’altro il rinvenimento nei giacimenti calcarei di due specie di Buprestidi: Ancylochira deleta e Perotis levigata, (già descritti al di là delle Alpi da Heer, l’autore dell’Opera “Il Mondo Primitivo della Svizzera”). Si tratta di due entità poi riprese nel 1886 da Giovanni Omboni, e ritenute assai simili a forme tuttora viventi (rispettivamente Buprestis novemmaculata e Aurigena lugubris), legate ad ambienti caldi e temperati, come sembra del resto piuttosto consono alle situazioni ecologiche che dovevano riscontrarsi circa 50 milioni di anni fa in quei luoghi. Nuovi scavi e ricerche più approfondite porteranno ulteriormente alla scoperta di altri fossili di Buprestidi, che una volta studiati più a fondo potrebbero consentire di configurare meglio la reale situazione ecologica di quel territorio nel lontano

passato.

Collana di elitre di Buprestidi (Kenia)

 

I BUPRESTIDI E L’UOMO

L’uomo moderno tende ad allontanare da sé la vera Natura, cancellandone ogni segno o traccia più eloquente: ma le popolazioni primitive, che vivevano assai più legate ad essa, nutrivano conoscenza e rispetto per ogni essere vivente, Insetti compresi: e tra questi i Coleotteri occupavano un posto speciale, anche per il semplice fatto che un essere vivente su quattro è appunto un Coleottero. Lo dimostra chiaramente il caso ben noto dello Scarabeo sacro dell’antico Egitto, che forse deriva da una antichissima tradizione sciamanica diffusa tra gli uomini del Paleolitico, ed oggi ancor presente, almeno in parte, tra le popolazioni primitive di Asia, Africa e America. Il “volo magico” degli scintillanti Buprestidi, capaci di vivere sugli alberi avvicinandosi al sole e al cielo, ebbe probabilmente una notevole influenza sulle genti primitive, come alcune semplici osservazioni di etnoentomologia possono facilmente confermare.

Ornamenti con elitre di Buprestidi si trovano infatti ancora in uso presso molte tribù dei vari Continenti, specialmente in America meridionale ed in Africa tropicale. Secondo alcune tribù primitive sudamericane, come gli Indios Yagua del Brasile, furono proprio i Buprestidi, coabitanti con i Longicorni negli enormi alberi della densa foresta, a creare il Rio delle Amazzoni. Ciò avvenne infatti allorché, anziché scavare nel legno, perforarono la terra, facendo sgorgare da ogni parte acque

cristalline e abbondanti.

 

La più antica testimonianza di culto dei Buprestidi risale all'epoca Magdaleniana, circa 12 mila anni fa, ed è testimoniata da questo pendente di collana ritrovato nella Grotta del Trilobite, Yonne, Francia.

La considerazione ed ammirazione per i Coleotteri Buprestidi in Giappone sono

tali, che esiste anche un meraviglioso altare costituito dalle splendenti elitre di una delle specie più belle e diffuse.

I BUPRESTIDI NELL’ANTICHITÀ

La più antica testimonianza dell’attenzione e del culto dei Buprestidi risale alla preistoria, ed è stata trovata nella Grotta del Trilobite (Yonne), in Francia, che risale all’epoca Magdaleniana.

Si tratta di un ornamento pendente di forma ovale, probabilmente destinato ad arricchire il corredo di qualche importante personaggio. Ma collane con pendenti a forma di Buprestidi sono esposte anche nel Museo del Cairo, in Egitto, e risalgono a periodi anteriori all’epoca dinastica, probabilmente ispirati da più antiche tradizioni sciamaniche. Alla stessa origine si riconnette l’uso delle splendide elitre rutilanti dei Buprestidi (in particolare del genere Chrysochroa), già noto in Corea fin V° secolo dell’Era Cristiana, e poi diffuso anche in altre parti dell’Asia, collegato spesso agli oggetti buddistici.

Il monumento più sorprendente resta comunque il Reliquario del Tamamushi nel Tempio di Horyiiji, a Ikaruya, che venne realizzato dall’Imperatrice Suiko, salita al trono nel 592; la quale lo volle dedicare al Budda Sakiamouni, e lo fece ornare di circa 9.000 elitre di questo Coleottero, particolarmente adorato e rispettato in Giappone (Chrysochroa fulgidissima).

Buprestis animal est rarum in Italia” affermava Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale, ma in questo caso è ben più probabile che egli si riferisse piuttosto ad un Meloide o ad una Cantaride, insetti capaci di provocare con le loro proprietà tossiche seri danni al bestiame pascolante, ove inavvertitamente da questi inghiottiti. Secondo l’etimologia greca, infatti, il Buprestide è quell’insetto che fa gonfiare, e quindi ammalare e morire, i buoi: ma questo nome venne poi attribuito da Linneo nel 1767 agli splendidi insetti che tuttora lo detengono. Possiamo tuttavia riconoscere in suo favore una seria attenuante: pur nella sua vasta sapienza lo studioso, vivendo nei climi e negli ambienti boreali della lontana Scandinavia, non poteva certo conoscere a fondo questi coleotteri legati al sole caldo del Mediterraneo e dei Tropici.

 

 

 

 

 

 

 

 

Melanophila acuminata

 

MELANOPHILA: IL RICHIAMO DEL FUOCO

Centinaia di migliaia di anni prima che l’uomo avesse inventato gli odierni sistemi di rilevamento e misurazione a distanza delle fonti di calore (termografia, satelliti per la prevenzione di incendi e per la segnalazione di eruzioni vulcaniche), un piccolo Coleottero Buprestide, la Melanophila (amante del nero, e cioè del legno carbonizzato) sapeva già percepire a grande distanza ogni radiazione calorifica. Come per incanto, miriadi di questi Insetti compaiono di colpo là dove scoppia un incendio. Tanta tempestività appariva inspiegabile, finchè non si scoprì che questo Buprestide riusciva, grazie a speciali organi sensori, a localizzare il fuoco captando le radiazioni infrarosse (della lunghezza d’onda 2,5 – 4,0 m). In questo modo il Coleottero trova subito il legno carbonizzato, di cui si nutrono le sue larve, e vi depone le uova.

Se l’uomo avesse osservato con maggiore attenzione questo ed altri “miracoli della natura”, saprebbe oggi facilmente individuare ed estinguere ogni incendio proprio al suo nascere.

Un’immagine dell’incontro internazionale di Buprestonet tenutosi nel 2000

 

2000 BUPRESTONET MILLENNIUM MEETING

Nell’ambiente degli studiosi e degli appassionati italiani di Buprestidi, e nel quadro del Progetto Biodiversità, è stata costituita nel 1997 una rete di contatti denominata Buprestonet, e si è organizzato poi un primo Incontro Internazionale, dal 12 al 18 settembre 2000, presso il Parco Nazionale d’Abruzzo, con Sessioni Scientifiche, Attività Culturali presso i Centri Visita – compreso il Centro Insetti di San Sebastiano di Bisegna – ed una Tavola Rotonda sulla Conservazione degli Insetti. La partecipazione di italiani e stranieri è stata cospicua e qualificata, e ne sono emerse discussioni

molto approfondite e stimolanti, nonché interessanti progetti per il futuro.

Superate una serie di difficoltà tecniche ed organizzative, i risultati di questo importante incontro – il primo assoluto del genere in Italia – verranno prossimamente pubblicati (Editor Franco Tassi) anche in veste multimediale, nella serie delle Piccole Faune.

 

 

 

 

ALCUNI ESEMPI TRATTI DAL

CD-ROM

Le chiavi dicotomiche

 

 

PICCOLE FAUNE

Questo CD-ROM inaugura la serie multimediale delle Piccole Faune che, grazie ai moderni strumenti ormai ben noti e largamente praticati da giovani e giovanissimi, intendono contribuire alla diffusione della autentica cultura naturalistica, troppo spesso trascurata in Italia.

Armonizzare uno studio rigorosamente scientifico con una divulgazione naturalistica stimolante ed aggiornata - linuaggio comprensibile, idee interessanti ed immagini attraenti - costituisce l'obiettivo principale delle Piccole Faune in CD-ROM, oltretutto praticamente accessibili ad un pubblico non ristretto né troppo specializzato. Per far scoprire e conoscere a fondo forme viventi ignorate, dimenticate, oppure "nascoste", perché considerate piccole o inutili: ma invece fondamentali nell'equilibrio dinamico

degli ecosistemi.

E dunque da amare, rispettare e conservare, con tutti i loro preziosi ambienti, per l'avvenire stesso della specie denominata Homo sapiens.

 

 
NOTA. – Il riferimento bibliografico generale sul Progetto Biodiversità è il seguente: Franco Tassi & Coll., Progetto Biodiversità, Pubblicazioni e Dossier del Centro Studi Ecologici Appenninici –Parco Nazionale d’Abruzzo, Roma – Pescasseroli 1994.

Ulteriori informazioni sul sito internet: http://web.tiscali.it/buprestidae  

oppure rivolgendosi all’indirizzo e-mail: mrastelli@tiscali.it

 

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