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PARCHI NAZIONALI VERSO GROUND
ZERO?
Durante gli ultimi quattro anni una
delle storie italiane più belle e disinteressate, quella dei
Parchi Nazionali, dopo aver mobilitato le energie migliori del
Paese per vincere la cosiddetta “sfida del 10%”, lanciata nel
1980 dal Comitato Parchi in un memorabile ed affollatissimo
Convegno a Camerino, al fine di salvaguardare, in linea con il
mondo civile, almeno un decimo del territorio italiano, è
precipitata via via a livelli sempre più abissali: sprofondando
nelle sabbie mobili della burocrazia, affogando nelle paludi dei
cavilli ragionieristici, disperdendosi nel dedalo inestricabile
delle procedure
formalistiche, e
cadendo infine nelle imboscate di sottogoverno.
Il 6 dicembre 2001
ricorreva il primo decennale della storica Legge quadro sui
Parchi Nazionali: un anniversario che non poteva certo essere
celebrato in modo peggiore, abbandonando i gioielli del bel
Paese nelle mani di una nomenklatura tanto dispotica, quanto
incompetente. E negli anni successivi, la situazione è sembrata
disgregarsi ancor più inesorabilmente, mentre una nebbia oscura,
fatta di confusione e disinformazione, autoesaltazione e
censura, avvolgeva compatta lo scenario della povera Natura
d’Italia.
A tutti i Parchi
Nazionali – pochi dei quali ormai in grado di esalare almeno un
tenue afflato di vita – il Governo riserva appena qualche
briciola del proprio bilancio, con stanziamenti sempre più
incerti ed insufficienti. E per di più condivisi con organismi,
convenzioni ed interventi rispettabilissimi che tuttavia, se
assorbono almeno un decimo delle risorse, nulla hanno a che
vedere con la Legge quadro. Li ripartisce poi con saggezza tutt’altro
che salomonica, penalizzando con tagli immotivati e persecuzioni
inenarrabili i Parchi che ancora tentassero, malgrado tutto, di
funzionare: ed erogando poi quei fondi con tempi biblici.
Facile
comprendere gli effetti di questa cronica sindrome da mala
volontà mista ad incapacità ministeriale, tradotte ad esempio
qualche anno fa nella soppressione delle più qualificanti
attività del Parco d’Abruzzo, e nella contestuale accumulazione
di circa 400 miliardi di vecchie lire di giacenze, e cioè di
soldi non spesi, presso gli altri Parchi Nazionali.
Ma la
peculiarità più straordinaria è stata in questo periodo
oscurantista un innovativo metodo di governo, basato sulla
politica del “commissariamento”: un espediente volto a
smantellare, senza troppe sottigliezze, l’apparato democratico e
funzionale dei Parchi. Realizzando così la loro occupazione
“manu militari”, per affidarne la sorte, assai spesso con pieni
poteri, proprio a coloro che i Parchi avevano sempre avversato:
e che anelavano soprattutto ad assalire le poche parti del Paese
ancora un po’ integre con una nuova alluvione di strade,
edifici, capannoni, impianti, elettrodotti, tagli forestali e
battute di caccia. Purtroppo nei caroselli di sterili dibattiti
che turbinano su ogni episodio della serie “i Parchi ai politici
e ai costruttori”, ben pochi hanno veramente avvertito la
gravità e il danno di questa vicenda, e quasi nessuno ha avuto
il coraggio di denunciarla tempestivamente a chiare lettere,
o
tantomeno di contrastarla con decisione.
E’ una
brutta storia ormai prossima all’epilogo nel caos totale, dove
l’osservanza delle leggi della Repubblica Italiana costituisce
un semplice “optional” per i più raffinati. Le uniche
constatazioni certe sono che l’autonomia dei Parchi è stata di
fatto annientata, e che ogni illusione di efficienza si è
dissolta nel nulla, mentre la vera “missione” da perseguire
appare oggi più che mai superata, o addirittura dimenticata.
Altrettanto innegabile è il fatto che loro trasformazione in
Enti inerti e cartacei, utili tutt’al più a ripartire fondi o ad
offrire comodi trampolini di lancio a torme di politicanti
emergenti, risulta così definitivamente codificata e
santificata.
E
s’avvicina silenziosamente anche un altro pericolo strisciante,
da molti sottovalutato o non avvertito, se non addirittura
auspicato: la progressiva “municipalizzazione” dei Parchi,
gettati dal Governo e dalla cultura dominante nelle fauci
fameliche dei piccoli Comuni. I quali – al di là delle loro
ottime o pessime intenzioni, che naturalmente non sono qui in
discussione – finiscono con l’imporre sistemi, regolamenti,
mentalità e prospettive municipali ristrette, se non
campanilistiche e “padronali”, scivolanti immancabilmente nella
bassa tribalità locale. Altro che “agenzie” moderne, altro che
aziende funzionali e attività creative; questo è il ritorno non
tanto all’epoca Borbonica, troppo spesso ingiustamente
denigrata, quanto piuttosto al più profondo Medioevo.
Ma dove sono
finite le Organizzazioni ambientaliste? Se lo chiedeva tempo fa
con curiosità e sgomento un corrispondente della stampa estera,
al quale un imbarazzato interlocutore italiano non poté che
rispondere: “A piatir posti e soldi nei corridoi ministeriali;
oppure a discutere con grande impegno di “massimi sistemi”, come
ad eesmpio statuti e regolamenti interni…” Esistono,
naturalmente, lodevoli eccezioni: come quella delle poche
Associazioni minori che continuano ancora a lottare. E che ad
esempio avevano proposto al Ministero dell’Ambiente di
commissariare, piuttosto, il proprio Servizio Conservazione
della Natura, o quanto meno di cambiargli al più presto la
denominazione, essendo ormai indubbio che per i suoi esponenti
Conservazione e Natura non rappresentano che parole vuote e
fastidiose, e che concetti del genere abitano ormai sempre più
lontani da quel traballante “palazzo”.
Come
meravigliarsi, allora, se pesanti aggressioni concentriche
minacciano sempre più pericolosamente i nostri Parchi?
Speculazione edilizia e strade, grandi opere pubbliche e
impianti sciistici, tagli forestali e incendi, elettrodotti ed
estrazioni di idrocarburi, caccia autorizzata e bracconaggio
hanno già inferto danni gravissimi, e s’apprestano a colpire
ancora. E le aggressioni più clamorose investono ovviamente, con
sperpero di decine di miliardi e nella più perfetta illegalità,
persino territori e zone sottoposti a vincoli di tutela
internazionale ed a rigorosi controlli eurocomunitari: senza
che nulla intervenga a bloccarli, o almeno a rallentarli.
Restano insoluti, come
sempre, i problemi di fondo. Non sono state trasferite ai
Parchi le Riserve Forestali esistenti al loro interno, né sono
state create all’esterno le previste Aree Contigue. Non è stato
sciolto il vecchio nodo della Forestale, sempre al bivio fra
Stato e Regioni, e tra Silvicoltura e Polizia Giudiziaria. Non
sono stati approvati i Piani dei Parchi, neanche quando gli Enti
erano riusciti faticosamente a predisporli. E per rinnovare le
cariche scadute negli Enti si sono sviluppati arzigogoli e
ricami tali, da perdere mesi e talvolta anni, nel miglior stile
del più miope accentramento. Quanto alle attività
internazionali, se le burocrazie ministeriali rivelano ogni
giorno di più la propria miopia, inadeguatezza e mancanza totale
di fantasia, ciò non impedisce loro, peraltro, di ostacolare con
ogni mezzo le iniziative già da tempo intraprese con successo da
qualche Parco più attivo.
Negli anni Trenta Erminio
Sipari, cugino di Benedetto Croce, nonché Fondatore e
Presidente del Parco Nazionale d’Abruzzo, si batteva con grande
vigore contro le aggressioni al Parco: venne bloccato dal
Fascismo con un metodo assai rapido e semplice, la immediata
soppressione del piccolo, ma fastidioso Ente Autonomo. Il
successivo affidamento di quel Parco, e del Parco Nazionale del
Gran Paradiso, alla famigerata Milizia Forestale segnò il
periodo più nero e disastroso per la fauna e per la natura in
Italia, faticosamente riscattato soltanto nel dopoguerra con la
ricostituzione degli Enti autonomi.
Che qualcosa di
analogo non stia per accadere anche oggi? Staremo a vedere: il
sonno dell’opinione pubblica, della politica vera e dei mezzi di
informazione su queste vicende appare tanto profondo, che presto
potrebbe trasformarsi nel peggiore degli incubi.
Di certo, il settore più
verde e vivo dell’apparato pubblico – quello che tutti sognavano
come aperto e manageriale, dinamico e innovativo, efficiente e
catalizzatore – è ormai ridotto, nalla maggior parte dei casi, a
un grigio e polveroso coacervo di scartoffie. E la più nobile e
generosa “missione”, quella che attirava le forze giovanili e
intellettuali emergenti del Paese, quella che galvanizzava il
volontariato e suscitava l’ammirazione dell’Italia più civile e
generosa, appare ormai mortificata ed emarginata, a tutto
vantaggio dell’ecoarrivismo e dell’ecoaffarismo, e della perenne
complicazione delle questioni più semplici.
E’ proprio vero che, come
ebbe a scrivere un ambientalista di punta della Calabria,
Francesco Bevilacqua, i Parchi che sognavamo debbono essere
ancora creati, perché certo nulla hanno a che vedere con loro
quelle goffe caricature prodotte dal Servizio Conservazione
Natura: che potremmo tuttalpiù definire “Parchi di carta”,
“Parchi virtuali” o – come disse un giorno una signora
esasperata – puri “Parchi politici”. E forse non sarebbe più
appropriato alla luce degli ultimi avvenimenti, ribattezzarli
“Luna Park”, oppure “Parchi marionetta”? A definire “Parcheggio
Nazionale d’Abruzzo” quello che appena qualche anno fa era
considerato il Parco più importante, famoso ed amato d’Italia ha
già provveduto, senza indugio, un rotocalco ancora capace di
sussulti giornalistici. E chi volesse raccogliere le impressioni
della gente più sincera, che si tratti di visitatori o abitanti
locali, favorevoli o contrari alla tutela della Natura, riceverà
quasi immancabilmente le stesse sconsolate risposte: ”C’era una
volta il Parco…”, oppure, più realisticamente, “Il Parco non c’è
più!”. Al punto tale, che in qualche caso sono oggi le stesse
Comunità locali a rivendicare maggior attenzione verso quelle
risorse naturali e quelle preziose attrattive, su cui si
fondavano il loro stesso ecosviluppo e, per i giovani, ogni
speranza di riscatto futuro. E chissà che un giorno, proprio da
questi fermenti, ancora poco visibili ma sicuramente oggi in
crescita, non possano rinascere iniziative positive, capaci di
camminare con le gambe della gente, di quei sudditi d’un tempo
finalmente trasformati in cittadini consapevoli e responsabili.
Ma se non cambierà
radicalmente quel Ministero dell’Ambiente che noi stessi volemmo
fortemente, immaginandolo però ben diverso, sarà fatale
rinunciare a qualsiasi sforzo per migliorarli, e dovremmo
rassegnarci a riporre i nostri sogni nel cassetto.
Nell’anno 2002 i due più antichi Parchi Nazionali d’Italia,
Abruzzo e Gran Paradiso, avrebbero dovuto festeggiare l’80°
Anniversario della propria Fondazione. In un altro Stato civile,
l’occasione sarebbe stata ghiotta per un evento nazionale, da
celebrare con ogni impegno e solennità: qui nel bel Paese, culla
della civiltà europea e mediterranea, si è proceduto invece
silenziosamente ed instancabilmente a “far la festa” a ciò che
restava dei Parchi. E chi li abiti ancora, o li abbia visitati
negli anni successivi, non testimonia certo di sorrisi e di
speranze, ma di atmosfere cupe e di sfiducia nel futuro.
In
questo Terzo Millennio, da cui tutti auspicavano un avvenire
migliore, ma che insiste nella divinizzazione di idoli bugiardi
come il danaro, il profitto, il consumo, la globalizzazione e la
virtualizzazione della società mondiale, cosa dovranno
aspettarsi le vere radici della vita, il paesaggio e le foreste,
gli animali e gli alberi, i mari e le montagne, le acque e la
biodiversità? E cosa mai verrà lasciato in eredità ai giovani
nutriti soprattutto di veline e cellulari, spot televisivi e
fantatecnologie?
In
altre parole, non staremo forse assistendo al “de profundis per
la natura” e al “funerale annunciato” dell’idea stessa di Parco
Nazionale?
Roma, febbraio
2005
Franco TASSI
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