CHI HA PAURA DEL LUPO CATTIVO?

            Quando incominciammo ad occuparci di lui, il lupo era dato semplicemente per spacciato. Condannato senza appello, sulla base di leggende e racconti che facevano di lui l’incarnazione del diavolo in terra. Perseguitato con ogni mezzo, dai fucili a “lupara” alle tagliole, dai bocconi avvelenati alle battute collettive delle comunità paesane, con alla testa sindaci, parroci e carabinieri. Calunniato oltre ogni misura, da parte di quell’uomo che, nei confronti dei propri simili e della stessa natura, non poteva proprio dirsi un angioletto innocente.

             Al principio degli anni Settanta, difendere il lupo sembrava proprio impresa impossibile. Se accennavate qualcosa, in un bar o sulla piazza, rischiavate davvero grosso. E fra tutte le frasi che vi rimbombavano nelle orecchie, la meno dura era proprio la più frequente: “Ma a che servono lupi ed orsi? Eliminiamoli tutti…”

             La battaglia per salvare il lupo fu epica, e partì proprio dal Parco Nazionale d’Abruzzo, nell’anno 1970, con l’ormai famosa Operazione San Francesco. A sostenerla, come sempre, non furono le masse, ma uno sparuto gruppo di naturalisti sognatori e determinati. Potevano vantare qualche precedente insigne, da cui trassero non poco sostegno. Anzitutto dalla bella leggenda di Romolo e Remo, che è alle radici stesse della storia di Roma. E poi dalla storia di San Francesco e il lupo di Gubbio, il cui alto messaggio anticipa di secoli l’evoluzione della cultura dell’uomo nei confronti della natura.

             Ma per ricostituire l’armonia tra l’uomo e il lupo non bastavano le memorie del passato, occorreva molto di più: servivano idee giovani, innovatrici, coraggiose. Nacque così l’Operazione San Francesco, probabilmente l’idea chiave che cambiò il destino dello splendido predatore, ma anche la sorte di un villaggio che pareva ormai condannato all’abbandono, Civitella Alfedena. Occorreva anzitutto sfatare la leggenda del “lupo cattivo”, consolidata per anni dalle favole di “Cappuccetto Rosso”, e dei “Tre Porcellini”: facendo conoscere a tutti i segreti della vita familiare d’un branco di lupi che, nei tempi più difficili, tenta di sopravvivere unendo le forze. Si cominciarono a pagare a contadini e pastori i danni provocati dalla fauna, si ottenne il divieto dei micidiali bocconi avvelenati (talvolta pericolosi anche per gli animali domestici e per l’uomo stesso), si tentarono i primi censimenti dei lupi sopravvissuti. Proprio nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, in quel villaggio di Civitella Alfedena diventato intanto il suo  vero “centro-pilota” sorsero un Museo e un’Area faunistica consacrati espressamente al Lupo appenninico; e il piccolo ma combattivo Gruppo Lupo Italia, che volli costituire nel 1974, fece il resto. Ecco perché e come, alla luce di una nuova concezione del rapporto tra uomo e natura, si giunse finalmente a capire la verità. E cioè che il lupo non è il diavolo, ma una creatura fiera e indipendente, con pieno diritto alla sopravvivenza sulla terra. I lupi italiani, ridotti a circa un centinaio all’inizio degli anni Settanta, ripresero a moltiplicarsi e a diffondersi, risalendo l’Appennino e valicando persino le Alpi.

                        L’autentica sorpresa, che portò l’Operazione San Francesco alla ribalta dell’intera Europa, fu proprio la ricomparsa del lupo in Francia, mezzo secolo dopo la sua completa distruzione. Fu infatti nell’anno 1984 che il più autorevole settimanale francese rivelò la grande novità, con un  titolo passato alla storia: “Buone notizie, il lupo ritorna!”. Scoppiò allora il finimondo, e si formarono come sempre due opposti partiti: chi voleva a tutti i costi salvare quell’ospite redivivo, e chi invece anelava a sterminarlo, rinnovando i fasti degli antichi cacciatori di lupi risalenti all’epoca di Carlo Magno. Ma ancora una volta, furono i giovani a dire l’ultima parola: “Lasciate in pace il lupo, lui sa dove andare e cosa fare. E’ lui il vero simbolo dell’Europa senza barriere, che non conosce frontiere. E’ lui che ci indica la vera strada del futuro”. 

            Parole sorprendenti, che sembrano rievocare la cultura dei pellerossa nativi americani: secondo i quali il lupo era sulla terra molto prima dell’uomo; e quest’ultimo avrebbe molto da apprendere da lui, suo fratello maggiore, se solo volesse ascoltarlo… 

            Mentre in Francia l’inatteso arrivo del lupo suscitava vivissime emozioni, in Italia la battaglia in sua difesa continuava con decisione. Nel 1995 esultammo perché i lupi del nostro Paese toccavano ormai quota 500: mentre altri lanciavano i soliti inutili allarmismi, e qualcuno degli stessi ricercatori, che aveva costruito sul lupo la propria fama, cambiava bandiera. Sostenendo, grazie a studi finanziati dagli avversari del predatore, che sarebbe stato opportuno abbattere un po’ di quegli animali ormai troppo dilaganti. Naturalmente, a decidere dove e come sarebbero stati loro, sacerdoti d’un sacrificio cruento che le menti pulite e disinteressate non avrebbero mai neppure concepito. Fu proprio allora che, indignato per quel trasformismo privo di morale, tentai di bloccare la corsa a trappole e fucili ricordando una verità molto semplice: “Badate, è ben difficile che 500 lupi possano attentare alla vita di 60 milioni di italiani. Mi sembra più probabile, magari, il contrario”. 

            Ma intanto il “lupo cattivo” era morto, scomparso, dissolto: e gli studi condotti nel Parco dimostravano che la sua dieta si stava radicalmente modificando. Se in passato la distruzione della fauna selvatica l’aveva costretto a cibarsi di pecore e di altri animali domestici, ora la situazione era ben diversa. Avevamo reintrodotto  il cervo e il capriolo, salvato e fatto moltiplicare il camoscio d’Abruzzo, mentre il cinghiale si era diffuso ovunque: nessuna meraviglia, quindi, se ormai proprio loro cosituivano la quasi totalità delle prede; e se i branchi di lupi oggi riformatisi li inseguono tra valli e foreste, perpetuando l’ancestrale rito della lotta per la sopravvivenza.

             Chi  cresce con i lupi può imparare molto, davvero. E ciò non vale soltanto per il personaggio di Mowgli, tratto dal “Libro della giungla” di Rudyard Kipling, è vero anche per i giovani di Civitella Alfedena. Che avendo trascorso giornate intere a scambiare ululati con il branco dell’Area faunistica, non sognerebbero mai di uccidere un lupo. Perché sono ritornati allo spirito primitivo dell’antico detto pellerossa, quello che volli erigere fin dall’inizio a simbolo della nostra battaglia: “Con tutti gli esseri, e con tutte le cose, noi saremo fratelli”. E’ un messaggio chiaro, che entra diritto nel cuore della gente. E può aiutare a dissolvere le nebbie addensate da secoli e secoli di distorsione della cultura e della verità.

             Ma perché c’è ancora tanta gente che si ostina a calunniare e a perseguitare il lupo? Forse perché è così “diverso”, o perché in fondo lo sentiamo addirittura migliore, più vicino all’autentica natura? La miglior risposta a questo interrogativo l’ha offerta l’etnozoologo francese Daniel Dubois: “L’autorità ha bisogno di brandire simboli di terrore per dominare: e ha sempre coltivato abilmente ogni mito e paura per far dimenticare i veri problemi più vicini”. Forse scopriremo un giorno che il povero lupo (che viveva in armonia con l’uomo primitivo, tanto da dar origine al più fedele amico dell’uomo, il cane) è un’altra innocente vittima del “potere”. Di quel potere che gridando “al lupo!” vorrebbe spesso calare il sipario sui crimini ben più atroci, commessi esclusivamente dagli esseri a due zampe. Certo, ripercorrendo a ritroso la storia del lupo potremmo anche trovare qualcosa che non ci piace, ma un fatto è assodato: si tratta sempre di squilibri provocati da noi, e cioè proprio da coloro che si ritengono i veri padroni del creato. Ma nessun branco di lupi ha mai commesso a danno dei propri simili le malvagità di cui, purtroppo, si è resa responsabile l’umanità di ieri e di oggi.

             Al contrario, è proprio l’aver salvato il lupo che potrebbe ora restituirci fiducia e speranza. Per crescere in armonia con la natura, come Civitella Alfedena nel cuore delle montagne abruzzesi sta tentando di fare. Ed anche per continuare a sognare. Perché, come scrisse un innamorato della natura, “il mondo ha bisogno del sentimento degli orizzonti inesplorati, dei misteri degli spazi selvaggi. Ha bisogno di un luogo ove i lupi compaiono al margine del bosco non appena cala la sera, perché un ambiente capace di produrre un lupo è un ambiente sano, forte, perfetto”.

 Roma, gennaio 2004

                                                                                                 Franco TASSI

 

Per informazioni