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NOVITA'

07/06/2006

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Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, Franco Tassi ottiene giustizia.La Corte dei Conti chiarisce.

DECISIONI PARZIALI DELLA CORTE DEI CONTI

PARCO NAZIONALE D'ABRUZZO, LAZIO E MOLISE : QUATTRO ANNI FA (2OO2) INIZIAVA IL SUO SMANTELLAMENTO

ORSO MARSICANO - COMUNICATO  STAMPA     N. 1 / 2006

PARCHI  A  PICCO !

CHI DIFENDERA’  TERRITORIO  E  NATURA ?

IL SACCO DEI PARCHI

 

Nuovo Molise

18 febbraio 2006


Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, Franco Tassi ottiene giustizia.
La Corte dei Conti chiarisce.


A distanza di quattro anni la Corte dei Conti inizia a fare giustizia sui fatti che hanno visto coinvolto Franco Tassi, Direttore storico del più antico Parco Nazionale italiano, il Parco d'Abruzzo.

Un parco modello che ha significato il rilancio anche turistico di una zona di Italia quasi depressa.

A dettare le regole in quel periodo c'era proprio Franco Tassi che veniva estromesso dal suo incarico in circostanze mai sufficientemente chiarite, nel 2002 mentre era seriamente ammalato.


La Sezione Prima Centrale d'Appello della Corte dei Conti, dopo un approfondito esame e una sofferta discussione, ha stabilito di operare con Provvedimenti non definitivi, in tre modi:


# assolvendo completamente il Direttore dagli addebiti su Sede di Roma, attribuzione Funzioni superiori ai Dipendenti ed uso di Foresterie da parte del Vice Direttore;

# riducendo notevolmente (ad un terzo) gli addebiti relativi al Comitato Parchi Nazionali;

# disponendo ulteriori più puntuali accertamenti in merito agli addebiti, mai documentati e comunque assai dubbi, su Missioni in Italia e all'estero, Veicoli di servizio e Carte di credito.


La vertenza sarà quindi suscettibile di ulteriori sviluppi, per cui una ulteriore Udienza è stata fissata per il prossimo 26 settembre 2006.

Risultano per il momento confermati, tanto nel merito che nell'entità delle relative ammende, gli addebiti riguardanti la Comunità del Parco e l'Alloggio di servizio in Pescasseroli, ma è assai prevedibile che al riguardo verranno prodotte motivate impugnative, richieste
documentazioni più convincenti e sollecitati approfondimenti ulteriori.


La conclusione più significativa è che, in definitiva, di tutte le “colpe gravissime” che, circa quattro anni fa, una massa urlante all'assalto del Parco pretendeva di addossare al suo Direttore – come ad esempio il presunto “buco”, o disavanzo di bilancio, e la pretesa
inutile e dispendiosissima Sede nella Capitale - in realtà prezioso catalizzatore del miglior ecoturismo -, non si rinviene più traccia di memoria.

NOTA : Questo articolo, recentemente comparso sul Quotidiano Molisano, è stato tratto dalla   Rassegna Stampa della Corte dei Conti del giorno 20 febbraio 2006 ( www.corteconti.it ).

 

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DECISIONI PARZIALI DELLA CORTE DEI CONTI

FORTEMENTE RIDIMENSIONATI GLI ADDEBITI ALL’EX DIRETTORE DEL PARCO

      Alcune importanti Decisioni della Corte dei Conti, adottate negli ultimi mesi ma divulgate soltanto ora, ridimensionano notevolmente le pretese responsabilità del Direttore “storico” del Parco Nazionale d’Abruzzo Franco TASSI, uno dei “padri” dell’ambientalismo italiano, il quale come è noto venne estromesso in circostanze mai sufficientemente chiarite, nell’anno 2002, mentre era seriamente ammalato.

     La Sezione Prima Centrale d’Appello, dopo approfondito esame e sofferta discussione, ha stabilito di operare con Provvedimenti non definitivi, in tre modi:

- assolvendo completamente il Direttore dagli addebiti su Sede di Roma, attribuzione di Funzioni superiori ai Dipendenti, ed uso di Foresterie da parte del Vice Direttore;

-   riducendo notevolmente gli addebiti relativi al Comitato Parchi Nazionali;

-  disponendo ulteriori più puntuali accertamenti in merito agli addebiti, mai documentati e comunque assai dubbi, su Missioni in Italia e all’estero, Veicoli di servizio e Carte di credito.

    La vertenza sarà quindi suscettibile di ulteriori sviluppi, per cui una ulteriore Udienza è stata fissata per il giorno 26 settembre 2006.

    Restano per il momento confermati, tanto nel merito che nell’entità delle relative ammende,  gli addebiti riguardanti la Comunità del Parco e l’Alloggio di servizio in Pescasseroli, ma è assai  prevedibile che al riguardo verranno prodotte motivate impugnative, richieste documentazioni più convincenti e sollecitati approfondimenti ulteriori.

     Va infatti ricordato che l’Alloggio veniva occupato dal Direttore in base a regolare contratto a canone ridotto, in ragione dell’interesse dell’Ente ad assicurarsi la sua presenza anche al di fuori dei normali orari di servizio, al fine di disporre di un punto di riferimento essenziale per qualsiasi imprevisto, emergenza, visita inattesa o necessità di contatti e direttive da parte del Personale, anche di Sorveglianza. E la mole e l’importanza del lavoro erano tali, che molte attività si protraevano spesso anche nei giorni festivi, e nelle ore notturne.

      Quanto alla Comunità del Parco, non vi è dubbio che nella fase iniziale questo fondamentale Organo dell’Ente, dovendo avviare la propria complessa attività in ambienti e situazioni particolarmente difficili, e non godendo di alcuna altra fonte di finanziamento, dovette attingere fondi dall’Ente stesso, ottenendo, anche a prezzo di vivaci battaglie politiche, i relativi stanziamenti di bilancio, in merito ai quali il Direttore non disponeva certo di alcun potere di interferenza. Lo conferma un Documento sottoscritto dai due Presidenti della Comunità, il precedente (Prof. Francesco Gizzi, Sindaco di Opi) e l’attuale (Dottor Giancarlo Massimi, Sindaco di Civitella Alfedena), che si dicono “increduli e sconcertati nell’apprendere di una ammenda inflitta al Direttore “storico” del Parco Nazionale d’Abruzzo Franco Tassi, colpevole di aver rispettato le decisioni degli Organi dell’Ente, coadiuvando la Comunità del Parco in ogni modo possibile”, ma al tempo stesso esprimono “fiducia sul fatto che, ad un più attento successivo riesame , questa Sentenza provvisoria verrà sostanzialmente modificata”.

       La conclusione più significativa è che, in definitiva, di tutte le “colpe gravissime” che, circa quattro anni fa, una massa urlante all’assalto del Parco pretendeva di addossare sul suo Direttore – come ad esempio il presunto “buco”, o disavanzo di bilancio, e la pretesa “inutile e dispendiosissima Sede nella Capitale”, in realtà prezioso catalizzatore del miglior ecoturismo - non si rinviene più traccia né memoria. Ma per comprenderlo, e si spera per farlo capire a chi si era abbeverato alle urla dei calunniatori, ci sono voluti quasi quattro lunghissimi anni.

 

“Calunniare è come uccidere civilmente: perché le condanne piombano prima delle prove”

(Plutarco)

 

Roma, 15 febbraio 2006

 

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PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO, LAZIO E MOLISE

QUATTRO ANNI FA (2002) INIZIAVA IL SUO SMANTELLAMENTO

UN ANNIVERSARIO DA NON CELEBRARE  

     Ricorre il giorno 2 marzo 2006 il Quarto Anniversario di una data che nessuno celebrerà, e forse neppure ricorderà, perché sepolta è ormai anche la memoria di ciò che un giorno esisteva, e poi di colpo finì nel nulla. Il giorno 2 marzo 2002, infatti, iniziava il sistematico smantellamento, lungamente preparato e poi massicciamente realizzato con il consenso di tutte le forze politiche (Verdi non esclusi), di quello che era stato considerato per lungo tempo il più antico, conosciuto, amato e apprezzato Parco Nazionale d’Italia: il (fu) Parco Nazionale d’Abruzzo.

     Il Comitato Parchi – unica voce libera che continua a parlare ancora di questa vicenda, nell’assordante silenzio di molte altre Associazioni (sedicenti) ambientaliste – non intende qui ricostruire la lunga ed incredibile vicenda, la quale segnò anche, è bene sottolinearlo, l’inizio della disgregazione di tutti i Parchi italiani. Desidera invece dimostrare, con pochi ma chiarissimi esempi, come lo smantellamento dell’ex “Parco pilota” risulti ormai praticamente completato, senza che nessuno, nella comunità scientifica o nei mezzi di informazione, nel mondo culturale o nei gruppi ecologisti, abbia mai alzato un dito, o emesso qualche flebile gemito, per tentare di impedirlo,  o almeno di arginarlo.

     L’impresa più recente e vistosa del Parco è stata la soppressione di fatto del Centro Internazionale di Villetta Barrea, una struttura che sembrava destinata ad ospitare non soltanto un Centro Visita di grande richiamo, ma anche un Ostello della Gioventù aperto al miglior Volontariato italiano ed internazionale, ed una Sede ideale   per tutte le Attività e le Manifestazioni culturali: artistiche, musicali, folcloristiche e sportive.

      Ma non troppo diversa è la situazione del Centro Camoscio di Opi, ormai in abbandono completo nonostante le vibrate proteste del Comune,  e dell’adiacente Area Faunistica, vuota da anni senza ragioni plausibili, mentre il Parco avrebbe dovuto ricostituirvi un piccolo branco di Camoscio d’Abruzzo, la più grande attrazione eco-turistica del villaggio. Del Centro Foresta di Val Fondillo, da tempo programmato e molto atteso, non si parla neppure più… E sì che Opi era stato il primo tra tutti i Comuni abruzzesi, nel lontano 1921 (esattamente 85 anni or sono!), a cedere in affitto ai promotori del Parco la cosiddetta Costa Camosciara, vale a dire la parte più inaccessibile della montagna, dove all’epoca si rifugiavano gli ultimi camosci sfuggiti allo sterminio.

      Le ragioni di questa progressiva autodistruzione (cui moltissimi altri collaborano, se non altro per l’incredibile e complice silenzio che avvolge ogni cosa) sembrano assai ardue da comprendere, e ancor più difficili da spiegare. Prendendo ad esempio il caso di Opi, il rifiuto di riportare i camosci appare un mero atto di ostruzionismo, perché il Parco, grazie all’impegno della precedente gestione, dispone attualmente di una ricca popolazione di tali ungulati. Questi animali, in passato generosamente ceduti anche agli altri nascenti Parchi Nazionali d’Abruzzo, sono ormai fuori pericolo in Abruzzo: ed  è proprio di questi giorni la notizia che l’ultimo censimento alla Maiella ne ha contati oltre 300 individui, discendenti dei 30 introdotti negli Anni Novanta; una decuplicazione che ha l’effetto non solo di disintegrare certe malevole critiche dell’epoca, ma anche di superare largamente ogni più rosea previsione.

      Approfondendo poi l’analisi sul recente comportamento dell’Ente, emergono fatti e situazioni tali, da destare notevole perplessità e sconcerto. La scorsa estate lo Zoo di Monaco di Baviera, che in virtù dell’antico Gemellaggio e dei precisi accordi con la precedente Direzione del Parco si era assunto l’onere di allevare il camoscio appenninico, studiarne biologia e parassitologia e farlo conoscere meglio al grande pubblico europeo, ha continuato la restituzione dei giovani, inviando tre individui in ottima salute: che tutti pensavano destinati, come del resto sarebbe stato doveroso, all’Area Faunistica di Opi. Invece se ne sono perse le tracce, e da successive indagini svolte superando incredibili cortine di silenzio – l’opacità più cupa sembra infatti aver sostituito la trasparenza d’un tempo – sembrerebbe che i poveri animali, trasportati  segretamente in località lontana dal Parco, siano quasi tutti morti in circostanze ancora da chiarire.

      Se si aggiungono a questo fatto le molte lacune e contraddizioni nella gestione e nell’informazione faunistica, le stragi di orsi, lupi e cervi degli scorsi anni, le enormi carenze delle attività di sorveglianza e di contatto con pastori e visitatori, e il dilagare degli abusi di ogni genere – costruzioni, tagli illegali, invasioni di veicoli fuoristrada e di bestiame brado, bracconaggio, disaffezione del personale e via dicendo – non desta troppa sorpresa il fatto che del “Parco di eccellenza” non si parli quasi più: e che persino la prestigiosa inclusione nella categoria dei Pan Parks, positivamente avviata fin dall’anno 1997, sia stata ormai di fatto soppressa, con la probabile futura attribuzione di questo importante titolo a qualche altro Parco abruzzese.

      In definitiva, sembra ormai difficile negare che purtroppo il povero Parco, e con esso tutta la complessa realtà culturale, sociale ed economica collegata, stiano inesorabilmente precipitando in un profondo abisso, dal quale non sarà certo facile risollevarsi.

 

Roma,  8 febbraio 2006

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ORSO MARSICANO - COMUNICATO  STAMPA     N. 1 / 2006

 Da un articolo della stampa locale abruzzese ci viene segnalato un servizio sull' Orso marsicano comparso sulla rivista "OASIS"  : con sorpresa, ad una prima occhiata sembra potersi cogliere un quadro quanto mai confuso e contraddittorio, con molte voci non certo autorevoli (anche se talvolta piuttosto autoritarie) che sembrano protese piuttosto a difendere proprie posizioni, a tentare di accaparrarsi finanziamenti, e soprattutto a denigrare gli assenti ... Tutto ciò non suona certo a critica dell' intervistatore, il quale svolge coscientemente il proprio mestiere, spesso senza neppure poter decidere da solo chi intervistare e chi no ( è noto che, secondo il costume dell' antica Roma, su molti ambientalisti di frontiera è ufficialmente calata la classica damnatio memoriae , ovvero la cortina del silenzio : ma che non si parli di censura o di regime, per carità ! ).  Tuttavia il Centro Studi del Comitato Parchi si riserva di esaminare meglio l'articolo, perchè forse contiene spunti interessanti per un lavoro ecosociologico in corso di completamento sul tema  " Quante menzogne nel nome del lupo, dell' orso e del gattopardo ! ". Assicurando che a tempo debito non si mancherà di informare della pubblicazione di tale lavoro, si ritiene comunque utile segnalare fin da ora un sintetico Studio divulgativo assai più obiettivo ed attendibile, che ovviamente sostiene tesi diametralmente opposte sull' Orso bruno marsicano.  Si tratta del documento " Orso marsicano " pubblicato sul  Sito dell' interessante  trimestrale di ecologia VILLAGGIO GLOBALE  ( www.vglobale.it )  e reperibile nella Sezione " Pianeta Animali / Fauna Appenninica ".

         Roma, 15 gennaio 2006                                                             

                                                                  COMITATO  PARCHI

 

 

 

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PARCHI  A  PICCO !

Tutti in caduta libera verso il fondo…

     Non sveleremo alcun  mistero, affermando che per i Parchi e la Natura d’Italia l’avvento del Terzo Millennio ha rappresentato un vero disastro. Proprio mentre si celebrava la vittoria della “sfida del 10%”, l’obiettivo più importante dell’ultimo mezzo secolo, volto a salvare almeno un decimo del “bel Paese”, la loro crisi è esplosa tanto improvvisa, quanto inarrestabile. Tutto è avvenuto, incredibile a dirsi, nel silenzio dei media e nell’indifferenza generale, con ritmo sempre più sostenuto, travolgendo le poche difese superstiti con valanghe di imboscate e menzogne politiche, assalti burocratici, tecnocratici, normativi, finanziari e accademici… E facendo precipitare a picco, in un abisso assai profondo, l’Italia più straordinaria, “Terra di Parchi Verdi, circondata da un Mare di Parchi Blu”.

     Smantellato ormai il Parco Nazionale d’Abruzzo, il più famoso, amato e rispettato, dopo averlo sommerso di fango e di menzogne, si tenta ora di cancellarne persino la memoria. Invaso da opere discutibili e da tagli forestali inaccettabili anche il Parco Nazionale del Pollino, il più vasto e selvaggio Olimpo del Mezzogiorno d’Italia. Assediato dalla caccia e dagli impianti sciistici il Parco Nazionale dello Stelvio, il più alto e alpino, ma quanto più vulnerabile del suo vicino confinante, il rigorosissimo Parco Nazionale Svizzero dell’Engadina. Meta privilegiata della speculazione edilizia più o meno mascherata il magnifico Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. Vittima predestinata di appetiti sciistico-edilizi il Parco Regionale dell’Etna, gioiello unico che racchiude il più grande vulcano attivo del continente europeo, innevato e proteso sul mare. E tutti gli altri sempre più assediati da caccia e bracconaggio, da edilizia residenziale in ripresa, da stradomanìa dilagante e da iniziative tanto cervellotiche, quanto inconcludenti: che sembrano mirare più a patti, baratti e ricatti politici, che al perseguimento della “missione natura” originaria, ormai dimenticata e negletta. Nel nome del più miope scientismo, agli animali da proteggere si concede il privilegio di essere disturbati con ogni mezzo (dalle esche olfattive: vieni, assaggia il pollo quanto è buono, alla generosa distribuzione di radiocollari: soltanto così sarete riconosciuti esistenti), mentre i visitatori sono chiamati a pagare biglietti ad ogni passo, in qualsiasi direzione vogliano muoversi. Invocando trasparenza e legalità si coprono i peggiori misfatti (come il taglio “dimenticato” di migliaia di faggi e la comparsa d’un centinaio di chalet abusivi intorno a Pescasseroli).

      Il volontariato sembra migrato altrove, l’entusiasmo, lo spirito e il senso della “missione” sono ormai dissolti, tutto sembra orientato a costruire, urbanizzare, vendere, far quattrini: usando parchi e natura, orsi e lupi, uccelli e delfini come vuoti simboli e comodi slogan. Ha superato ogni confronto il Parco dei Nebrodi, che per incassare moneta ha pubblicato persino un calendario con modelle discinte: ciò che, se non ha troppo elevato il tono culturale del comprensorio, pare abbia ottenuto discreto successo di cassa. Di questo passo, i Parchi rischiano di trasformarsi, come si paventava, in autentiche ASL Verdi, ma tendenti piuttosto al grigio del cemento: e non occorrono profeti di vaglia, per capire che finiranno prima o poi nelle grinfie di politicanti d’arrembaggio, nella rissa tra aspiranti carrieristi pronti a giocare qualsiasi ruolo di marionette pur di restare sempre in sella.

      Dal Governo e dal Ministero dell’Ambiente (ma davvero va chiamato ancora così?) giungono soprattutto tagli e ritardi sui fondi, commissariamenti-lampo o profondi silenzi, e magari anche lussuose e costosissime pubblicazioni, utili soprattutto a chi le decide o produce. E che dire delle Associazioni ambientaliste? Ripudiati i padri fondatori, cancellati i princìpi etici fondamentali,  troppo spesso più in sintonìa con gli avversari da combattere, anziché con i valori primari da difendere, non sembrano ormai preoccupate di altro che del proprio benessere: probabilmente ansiose di conservare non tanto la natura, quanto se stesse, e soprattutto i propri dirigenti.

      Un sogno tanto bello dovrà davvero finire infranto in questo modo? No, non è possibile, non lo vogliamo, e sono in molti a pensarla come noi.  E forse qualche barlume di speranza c’è ancora…

      Roma,  11 dicembre 2005

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CHI DIFENDERA’  TERRITORIO  E  NATURA ?

      Pochi sembra se ne siano accorti, ma il malgoverno del Terzo Millennio sta portando a cambiamenti importanti, sostanziali, forse determinanti per il futuro del territorio e della natura d’Italia. E se un tempo per convincere le comunità locali della necessità di difendere il loro patrimonio più prezioso si poteva giungere a scontri non lievi, oggi accade sempre più spesso che siano invece proprio loro a muovere in soccorso di Madre Terra, nel nome di un legame di vita fortunatamente ancora pulsante, e mai rinnegato.    

     Lo abbiamo visto nell’Abruzzo più integro nel 2002, lottando insieme contro il terzo traforo del Gran Sasso: bloccando l’assurdo tentativo di sventrare ancora una volta la più maestosa montagna dell’Appennino, devastandone le falde idriche sospese (qualcuno ricorderà il bel documentario “L’ombelico traforato”, di Carlo Prola & Fabrizio Palombelli, da noi sempre agitato come un vessillo di verità in conferenze, scuole e dibattiti).

     Lo abbiamo riveduto con crescente sorpresa ed entusiasmo nel profondo Mezzogiorno, con la rivolta di popolo dell’autunno 2003 per contrastare l’assurdo progetto delle scorie nucleari di Scansano, immediatamente naufragato: proprio come meritano tutte le idee senza spessore, quando finalmente la gente si sveglia, e grida forte e chiaro il proprio sdegno.

     E poi l’autunno 2005 ci ha donato Venaus, una nuova protesta civile subito eloquente e inconfutabile, anche per chi non sapesse quali poco trasparenti interessi possano aggirarsi dietro ogni grande opera (che il politico dice di volere in nome del popolo, ma che la gente vera, non manipolata né condizionata, non chiede davvero; che con scavi, movimenti di terra e sconvolgimenti connessi determina enormi giri di danaro che sfuggono ad ogni serio controllo; che non ha mai mantenuto neanche un briciolo di ciò che a gran voce  prometteva). E la reazione comune di ogni osservatore esterno era: “La gente della Val di Susa merita pieno rispetto”, proprio quello che fino all’ultimo si voleva loro negare.

      E’ presto per trarre conclusioni da questo “nuovo spirito collettivo”, forse per capire meglio la verità si dovrebbero ascoltare anzitutto certi “appestati”, espulsi e reietti, oggetto di ostracismo perchè inclusi nelle liste di proscrizione del Palazzo… Ma per favore, che non si parli di censura, o tanto meno di regime.  Limitiamoci quindi ad  alcune riflessioni,  per completare meglio il quadro.

     La politica partitica, sempre più lontana dalla gente e dalla realtà dei problemi, ha fallito di nuovo, e rappresenta un contenitore vuoto, all’interno del quale non si scorgono altro che grandi e piccoli egoismi e  smanie di potere, profitti, visibilità, successo e carriera.

     L’ambientalismo è giunto ormai mestamente al crepuscolo, avendo imboccato più o meno la stessa strada, e mostrandosi sempre più spesso assente o indifferente, o tuttalpiù capace di indossare per un attimo i colori che quel momento vanno più di moda.

     Alla fine, torna alla memoria quanto il Comitato Parchi scriveva nel lontano 1980, per difendere gli ultimi brandelli del “bel Paese” (*). Ma forse, un forte movimento decisivo nel senso giusto potrà nascere un giorno soltanto fuori dei binari tracciati, lungo la più difficile e magari meno veloce strada maestra della verità, della giustizia e della solidarietà, l’unica che vale davvero la pena di percorrere.

 (*) “Ma un interrogativo sorge spontaneo. Come mai politici, amministratori e tecnici manifestano tutta questa problematicità (contro i Parchi, n.d.R.) solo quando si tratta di proteggere l’ambiente naturale? A sentirli, c’è da credere che non si tratti degli stessi uomini che, con piglio deciso e senza affatto preoccuparsi di “paracadutare dall’alto”, hanno stampato sul “bel Paese”, in trent’anni (oggi da rettificare in cinquantacinque, n.d.R.) di malgoverno territoriale, infinite autostrade, cave e trafori, industrie inquinanti e villaggi turistici, basi militari e centrali nucleari. O lo avevano fatto sempre “dopo aver democraticamente consultato le popolazioni locali?” (F.T., Roma 1980). 

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IL SACCO DEI PARCHI

Il tempo dei Parcheggi e dei Luna-Park 

       “Aiuto! Sono tornati i Lanzichenecchi!”. Se tuonasse ancora la voce di Antonio Cederna, intemerato e rimpianto difensore del “bel Paese”, quest’anatema risuonerebbe ovunque. Ma oggi, anche aguzzando l’udito, non si possono percepire che flebili lamenti. Molti difensori della natura d’un tempo sono stati messi a tacere: il potere più perverso li ha adescati, o congelati, o più semplicemente li ha cancellati dalla scena.

        Eppure l’aggressione ai Parchi Naturali d’Italia non potrebbe essere più subdola, e al tempo stesso violenta: e molti pensano che sia giunto il momento decisivo, che segnerà l’assalto finale alle isole verdi, a quelle vere roccaforti assediate che tentavano di salvare il meglio della natura d’Italia. Qualche Parco è già in via di smantellamento, come quello d’Abruzzo un tempo mito europeo; parecchi sono ridotti ormai a cantieri permanenti, dominio di ruspe e gru, motori e doppiette, motoseghe e appetiti d’ogni tipo. Ma ciò che più sconcerta è l’indifferenza generale, quasi uno stato di catalessi diffusa, che elargisce connivenza e impunità al più barbaro ed efferato dei delitti. Può sembrare un quadro esagerato? Vediamo allora qualche esempio.

         Sciare tra le lave dell’Etna poteva apparire il delirio d’un folle, oppure il sogno proibito di politicanti e costruttori di bassa lega, ma veniva comunque impedito dalla chiara normativa di tutela del Parco Regionale, garantita da una compatta schiera di ambientalisti di Catania, con in testa il combattivo Fondo Siciliano per la Natura. Ora invece un incubo del genere potrebbe avverarsi, a seguito della creazione dei cosiddetti “poli turistici” nel cuore della riserva integrale. E non solo il vulcano più grande ed importante d’Europa, ma anche i Nebrodi e le Madonìe sono a rischio, perché se questo nuovo modo di proteggere la natura prendesse il sopravvento, trambusto e cemento potrebbero in futuro contaminare gli ultimi magici luoghi dell’isola dove regnava la pace. L’alibi abusato dei nuovi colonizzatori è quello di un’illusoria occupazione per molti: lo scopo reale, neppure troppo recondito, sembra invece quello di una probabile speculazione a favore di pochi. Perché tutti sanno bene, e nessuno può negare, che gli impianti sciistici sotto il sole del Mediterraneo rappresentano un’impresa assurda, costosa e passiva; ampiamente remunerata però dalla corsa al mattone sui terreni circostanti, già da tempo adocchiati e accaparrati. Cosa avverrebbe poi allora se un’eruzione improvvisa devastasse questi insediamenti a quota 2.000? Niente paura, tutti griderebbero subito al disastro, invocando i consueti aiuti per le “calamità naturali”…

       Tagliar alberi a più non posso sembra invece lo sport preferito dal Parco Nazionale del Pollino a quello dell’Aspromonte, attraverso la Sila e le Serre, il più vasto comprensorio forestale del Mezzogiorno. E non si tratta di piccole ferite marginali, ma di scempi programmati nel cuore della selva, non importa se catalogata come riserva integrale, o zona sotto speciale tutela europea. Ma non sono certo i soli, perché anche ai margini estremi del povero Parco Nazionale d’Abruzzo accade qualcosa di simile, a Nord nel Vallone Tasseto di Villavallelonga, a Sud sulle selvose montagne della Sannita Alfedena. Nel silenzio generale, l’abbattimento di faggi secolari ai Campitelli di Alfedena procede a ritmo tale, da indurre molti osservatori, sbigottiti di fronte alle interminabili cataste di tronchi tagliati, a parlare non più di alberi verticali, ma di “bosco orizzontale”, disteso per procurare profitto per pochi, e per molti degradazione ambientale, perdita di acqua, ossigeno e biodiversità.

        A sentire molti abitanti, ormai quel Parco in pratica “non esiste più”, e in effetti il quadro che si presenta a chi vi ritorni dopo averlo visitato nei periodi d’oro è davvero desolante. Chiusi molti centri visita, abbandonate le aree faunistiche, demotivato il personale, scomparsa la pubblicistica che un tempo garantiva prestigio e attirava ecoturismo, sterilizzata ogni idea innovativa…La vita dell’Ente Parco sembra ormai tesa soprattutto ad amministrare se stesso, inondandosi quotidianamente di una ripetitiva autocelebrazione capace di convincere ben poco. Ma la più bella e recente impresa di questo Parco è consistita nell’affidare uno dei propri Rifugi storici, la Difesa di Pescasseroli, ad una singolare iniziativa delle timide Suore Salesiane. Dando così il via alla “urbanizzazione silenziosa” del più antico e pittoresco bosco ultrasecolare: strade e infrastrutture, ed anche una chiesetta spuntata come un fungo, immediatamente consacrata in modo da essere proclamata “inamovibile” in base al Concordato. Ecco perchè un quotidiano di forte opposizione tempo fa titolava: “La casa abusiva del Signore”… Vi è da sperare che l’abitudine di consacrare immediatamente edifici abusivi non dilaghi, altrimenti potrebbe diffondersi così una ennesima versione della ben nota “sanatoria all’italiana”.

       Del resto, edificare e privatizzare i luoghi più belli costituisce non da ieri, ancor più del calcio, lo sport nazionale preferito. Come ben narrava lo scrittore Paolo Monelli, ogni italiano che nell’ultimo dopoguerra s’affacciava per la prima volta sui luoghi più remoti ed inviolati, non raccomandava mai “Lasciamoli intatti per i figli dei nostri figli”, ma piuttosto esclamava “Oh! Che bel posto, mi ci voglio fare una casa!”  

       Il tarlo del mattone non scava però soltanto in montagna. Costruire sul mare è stata in Italia la più intensa occupazione dell’ultimo mezzo secolo, eppure qualche angolo di costa era sfuggito miracolosamente al diluvio edilizio… Ecco allora addensarsi all’orizzonte grigie nuvole di cemento, incombenti anzitutto sul Parco dell’Arcipelago Toscano, e sulla stessa Isola d’Elba, a seguito del “commissariamento permanente”, un geniale ritrovato utile per non disturbare manovratori, affaristi e costruttori, pienamente impegnati sul fronte edilizio.

        L’ultima delizia riguarda la più favolosa isola del Mediterraneo, la Sardegna, dove le violente proteste di quanti difendono i privilegi di occupazione delle terre pubbliche del Gennargentu inducono lo Stato a sospendere lo “statuto di Parco” di quei luoghi, dopo anni di studi, lavori e finanziamenti promozionali inutili, ma ben graditi, e afferrati a piene mani da solerti Sindaci della Barbagia.  

* * *

        Scompariranno allora questi Parchi Nazionali per i quali un’intera generazione si era battuta, tra mille difficoltà, conquistando non pochi successi?  Ma no, state tranquilli, i Parchi resteranno, venerati soprattutto come “alibi virtuali”: nomi, etichette pubblicitarie e immagini idilliache per gli spot promozionali. La qualità dell’innevamento è scarsa, le acque litoranee non sembrano proprio cristalline? Nessun problema, si porterà neve finta in montagna e si pianteranno bandiere d’eccellenza tra i rifiuti sul bagnasciuga: l’essenziale è andare avanti, comunque e dovunque, con gru, ruspe e mattoni. La vera novità, rispetto al passato, risiede oggi nello stile diverso: perché mentre a gran voce tutti proclamano splendidi princìpi, dietro le quinte non pochi diffondono pessimi esempi. E vi è il rischio reale che ogni mala azione contro il paesaggio e la natura resterà impunita, grazie alla manipolazione della verità, al gioco di ricatti e baratti, e all’intorpidimento delle coscienze. Che sembrano ormai regole dominanti nell’attuale società del benessere.

 

Roma, 20 ottobre 2005

COMITATO PARCHI NAZIONALI

 NOTA= Visto che non si levavano grida di protesta dalle massime Organizzazioni competenti (Ministeri e Federparchi), mentre dalle Associazioni ambientaliste non promanava che qualche flebile vagìto, abbiamo voluto sentire sull’argomento l’opinione di Franco Tassi, Direttore storico del Parco Nazionale d’Abruzzo fino all’alba del Terzo Millennio, ed ancor oggi Coordinatore del Comitato Parchi. Ecco la sua risposta: “Mi pare il degno ed inevitabile epilogo di una politica ambientalista ormai ridotta a vuoti proclami, tra lotte di bande per il potere. Quando nel 1990, ad un importante Convegno in Australia, bollai i finti Parchi dell’epoca come “Macaroni-Parks”,  non pochi la presero assai male: ma almeno si provocò uno scatto d’orgoglio, che verso la fine del 1991 condusse all’approvazione della fondamentale legge sulle Aree protette. Oggi il paventato “sacco” dei Parchi sembra riportare tutto al Medioevo. O meglio, apre una nuova era: quella dei “Parchi apparenti”, senza vita né anima, ridotti di fatto a semplici Parcheggi o Luna-Park.”   

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Ultimo aggiornamento :febbraio 2006

 

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