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1. MA IL FUTURO ESISTE DAVVERO?
Qualche anno fa, durante una vivace conversazione sui temi
ecologici tra docenti e alunni delle scuole superiori abruzzesi,
l’attenzione si concentrò sull’avvenire del pianeta, della
società umana e degli stessi giovani, in un’epoca che già allora
appariva piuttosto confusa e incerta. Non si profilavano ancora
tutti gli scenari da incubo diventati poi regola generale, ma si
percepivano piuttosto sensazioni deprimenti e vere e proprie
frustrazioni collettive: come lo smarrimento della missione, il
tradimento dell’etica, la disgregazione dei valori condivisi; ai
quali stavano sempre più subentrando, in ogni aspetto della vita
civile, nebbia e melma, disorientamento e caos. Fu proprio in
quel momento che un giovane serio e meditabondo, alla precisa
domanda “Quale sarà il tuo futuro?” rispose semplicemente, a
mezza voce e senza incertezze: “Il futuro non esiste ”. Una
semplice frase che lasciò tutti sorpresi e interdetti, ma che
nessun giovane delle generazioni precedenti avrebbe mai sognato
di pronunziare, e neppure di immaginare. E che dovrebbe
soprattutto richiamarci imperiosamente alle nostre
responsabilità di incosciente genìa, tuffatasi senza scrupolo
nel “miracolo” e nel “consumismo”, abituata a misurare civiltà e
progresso attraverso le aride cifre della più cinica
econometria, quella che dà valore e significato agli indici e
alle quotazioni, ma considera irrilevanti le vite, le carriere e
i sogni spezzati, e tanto meno si perita di gettare un’occhiata
distratta sulle devastazioni e le contaminazioni della natura,
dell’ambiente e del territorio intorno a noi.
2. IL RISVEGLIO DELLA GENTE
Pochi sembra se ne siano accorti, ma il malgoverno del Terzo
Millennio sta portando a cambiamenti importanti, sostanziali,
forse determinanti per il futuro del territorio e della natura
d’Italia. E se un tempo per convincere le comunità locali della
necessità di difendere il loro patrimonio più prezioso si poteva
giungere a scontri non lievi, oggi accade sempre più spesso che
siano invece proprio loro a muovere in soccorso di Madre Terra,
nel nome di un legame di vita fortunatamente ancora pulsante, e
mai rinnegato. Lo abbiamo visto nell’Abruzzo più integro nel
2002, lottando insieme contro il terzo traforo del Gran Sasso:
bloccando l’assurdo tentativo di sventrare ancora una volta la
più maestosa montagna dell’Appennino, devastandone le falde
idriche sospese (qualcuno forse ricorderà il bel documentario
“L’ombelico traforato”, di Carlo Prola & Fabrizio Palombelli, da
noi sempre agitato come un vessillo di verità in conferenze,
scuole e dibattiti). Lo abbiamo riveduto con crescente sorpresa
ed entusiasmo nel profondo Mezzogiorno, con la rivolta popolare
dell’autunno 2003, esplosa per contrastare l’assurdo progetto
delle scorie nucleari di Scansano sul balcone che si affaccia al
Mar Jonio. Un progetto immediatamente naufragato, proprio come
meritano tutte le idee senza spessore, quando finalmente la
gente si sveglia, e grida forte e chiaro il proprio sdegno. E
poi l’autunno 2005 ci ha donato Venaus, una nuova protesta
civile subito eloquente e inconfutabile, anche per chi non
sapesse quali poco trasparenti interessi possano aggirarsi
dietro ogni grande opera (che il politico dice di volere in nome
del popolo, ma che la gente vera, non manipolata né
condizionata, non reclama davvero; che con scavi, movimenti di
terra e sconvolgimenti connessi determina enormi giri di danaro
che sfuggono ad ogni serio controllo; che non ha mai mantenuto
neanche un briciolo di ciò che a gran voce prometteva). E la
reazione autentica di ogni osservatore esterno era: “La gente
della Val di Susa merita pieno rispetto”, proprio quello che
fino all’ultimo si voleva loro negare. E’ forse troppo presto
per trarre conclusioni da questo “nuovo spirito collettivo”, ma
un fatto sembra assodato. E’ la storia che si ripete, la lotta
di resistenza della Val di Susa contro la TAV non è diversa da
quella della Basilicata contro le scorie nucleari, o da quella
dell’Abruzzo più sano contro il terzo traforo del Gran Sasso. E’
la lotta di una minoranza genuina contro lo strapotere
economico-finanziario, l’eterna rivolta delle idee pulite contro
gli interessi costituiti. In un mondo ormai drogato dalla
divinizzazione del profitto e del PIL, travolto
dall’ineluttabilità degli OGM e della globalizzazione, oppresso
da una pluto-telecrazia che vorrebbe spacciarsi per vera
democrazia, forse è proprio vero quello che già molto tempo fa
aveva sconsolatamente lamentato Indro Montanelli, in un suo
famoso “fondo” sui pastori della Maiella: “Dall’alto non c’è più
niente da sperare…” Soltanto dallo spirito rinascente di
autentiche comunità locali serie, indipendenti e determinate,
dove la gente si conosce, si parla e si guarda negli occhi, può
forse venire la salvezza. In un certo senso, si tratta di ciò
che alcuni politici scoprono tardivamente, chiamandolo
“bottom-up” … Ma per evitare di sprofondare in quella cultura
subalterna capace soltanto di scimmiottare gli altri,
occorrerebbe piuttosto riconoscere che si tratta di un antico e
prezioso seme che finalmente germoglia. E’ la rinascita dei
valori autentici, è la rivincita morale, è il recupero di
culture e tradizioni antiche… Insomma, è il risveglio e recupero
di tutto ciò che nel nostro tempo rischiava di smarrirsi
nell’inquinamento tele-mediatico, ma che potrebbe invece essere
rivissuto nel modo più avanzato e moderno, se volete chiamatelo
pure post-industriale. E’ una pianta nuova, fresca e turgida,
vigorosa e ricca di promesse per il futuro, il vero albero della
vita e della speranza. E allora, come di fronte a uno spettacolo
e a un evento inatteso, sarà inevitabile fermarsi frastornati e
guardare intorno , per capire meglio cosa stia accadendo...
Chiedendosi poi, con sincero sbigottimento: “Ma dove diavolo
stavamo andando? ”
3. CHI HA TRADITO MADRE TERRA?
La politica partitica, sempre più lontana dalla gente e dalla
realtà dei problemi, ha fallito di nuovo, e rappresenta un
contenitore vuoto, all’interno del quale non si scorgono altro
che grandi e piccoli egoismi e smanie di potere, profitti,
visibilità, successo e carriera. L’ambientalismo è giunto ormai
mestamente al crepuscolo, avendo imboccato più o meno la stessa
strada, e mostrandosi sempre più spesso assente o indifferente,
o tuttalpiù capace di indossare per un attimo i colori che quel
momento vanno più di moda. Alla fine, torna alla memoria quanto
il Comitato Parchi scriveva nel lontano 1980, per difendere gli
ultimi brandelli del “bel Paese”: “Ma un interrogativo sorge
spontaneo. Come mai politici, amministratori e tecnici
manifestano tutta questa problematicità (contro i Parchi, n.d.R.)
solo quando si tratta di proteggere l’ambiente naturale? A
sentirli, c’è da credere che non si tratti degli stessi uomini
che, con piglio deciso e senza affatto preoccuparsi di
“paracadutare dall’alto”, hanno stampato sul “bel Paese”, in
trent’anni (oggi da rettificare in cinquantacinque, n.d.R.) di
malgoverno territoriale, infinite autostrade, cave e trafori,
industrie inquinanti e villaggi turistici, basi militari e
centrali nucleari. O lo avevano fatto sempre “dopo aver
democraticamente consultato le popolazioni locali?” (F.T., Roma
1980). Non occorre, in verità, essere politologi di chiara fama
per riconoscere che, nell’attuale epoca storica e soprattutto
nel nostro Paese, la devastazione della natura ha penetrato
tutte le forze politiche in modo trasversale: se non con pari
colpe per tutti, almeno senza grandi meriti per nessuno. Si
potrebbe magari rilevare che questa grande linea trasversale si
presenta spesso un poco obliqua, forse addirittura tortuosa,
incerta e mossa. Ma in sostanza, prescindendo da emozioni e
passioni irrazionali, occorre basarsi molto meno su promesse di
facciata, roboanti proclami e dichiarazioni di intenti, assai
più sui fatti reali e sulle verità inconsuete e nascoste. Molti
anni fa Maurice Duverger, nella sua lucida e impietosa analisi
del sistema occidentale (“Giano, le due facce dell’Occidente”),
dimostrava come nella nostra società il potere politico derivi
sempre più direttamente dalla ricchezza. Più tardi Michael
Voslensky, in una approfondita analisi riguardante il mondo
collettivista (“Nomenklatura”), poneva in luce come nei Paesi
del sistema socialista si acceda alla ricchezza solo attraverso
il potere politico. Qualche volta, aggiungeremmo noi, c’era un
terzo incomodo che tentava di svelare e stigmatizzare questo
intreccio: era il potere mediatico: inarrivabile però nella
capacità di scoprire soltanto fuscelli e travi negli occhi
altrui, senza mai accorgersi di quelli incombenti nei propri. E
comunque eccellente, se non nell’autocelebrarsi, certo
soprattutto nell’autoassolversi in ogni tempo e con qualsiasi
frangente. Ma forse esente per questo da serie colpe? In certo
modo, i mezzi di informazione costituiscono nel grande cerchio
l’anello mancante: “Senza poter controllare ciò che scrivono i
giornali, non riuscirei a governare per più di tre giorni”
ammetteva già Napoleone. Ma a dipingere il fenomeno con
lungimirante chiarezza era stato soprattutto il sociologo
francese Jean Baudrillard (“Il delitto perfetto. La televisione
ha ucciso la realtà?”) allorchè rimarcava: “Politici e
pubblicitari hanno compreso che la molla del governo democratico
consisteva nel considerare la stupidità generale come fatto
compiuto”. Speriamo che qualcuno scriva prima o poi un altro
saggio, difficile da concepire ma ancor più duro da far
trangugiare a società e culture smaccatamente antropocentriche,
egoistiche e naturicide. Per dimostrare che tanto il potere
economico – attraverso la speculazione – quanto il potere
politico – attraverso la demagogia -, senza ovviamente
dimenticare il potere mediatico – attraverso la manipolazione –
congiurano quotidianamente, in perfetta simbiosi, per la
devastazione dell’ambiente, per la rapina delle risorse
naturali, per l’asservimento di Madre Terra ai più sfrenati
capricci dell’uomo.
4. UNA NUOVA ECONOMIA?
Se il seme sano che potrà donarci un futuro aperto deve
germogliare, forse a trasportarlo là dove il terreno è fertile
potrebbero essere anche piccoli scoiattoli, capaci di muoversi
al di fuori dei sentieri battuti, favorendo proprio quella
proficua circolazione delle idee che i grandi movimenti
politici, i poderosi meccanismi economici e le profonde
trasformazioni sociali avevano perduto di vista, congelato o
contraffatto… Una domanda appare d’obbligo: di fronte agli
eccessi e ai disastri delle dottrine economiche tradizionali, e
cioè di quelle scienze categoriche dispensatrici di verità
assolute quanto distruttive, che creano quotidianamente, ovunque
giungano, quello che una delle più brillanti scrittrici e
giornaliste francesi, Viviane Forrester, ebbe a definire “la
strana dittatura dell’orrore economico”, è forse ancora
possibile concepire, verificare, sperimentare e diffondere una
nuova forma di economia? In un mondo dominato da traguardi
quantitativi, strangolato da obiettivi di corsa all’incremento,
ossessionato dalle cifre, l’esortazione a fermarsi un attimo per
riflettere, e magari per modificare le proprie abitudini, può
sembrare assurda e stravagante. Eppure è proprio là che risiede
il segreto dell’equilibrio, chiamatelo pure fisico, psichico o
psicosomatico: quello che può farci vivere in pace tra noi, e in
armonia con la natura. Ma forse, sia pure tardivamente e
frammentariamente, gli studiosi più avvertiti, e persino gli
stessi economisti stanno riscoprendo, sepolta sotto cumuli di
preziose inutilità e di clamorosi fallimenti, la vera sostanza
delle cose. Ne è esempio illuminante lo studio di un docente
dell’Università di Oxford, Avner Offer, intitolato “La sfida
della ricchezza”, che cerca di insegnare come si potrebbe essere
davvero felici. Basterebbe anzitutto accontentarsi di ciò che
abbiamo (e non è certamente poco), magari guardando indietro,
per scoprire con sorpresa come i nostri predecessori sapessero
vivere, e persino essere felici, con molto meno. Riuscendo ad
esprimere in mille modi appagamento e riconoscenza, entusiasmo
per la vita e amore per il creato… Beninteso, senza mai
rinunciare ai propri sogni e ai propri desideri, considerandoli
mete nobili e missioni di vita, anziché inseguirli come
conquiste da afferrare ad ogni costo. Un esempio molto semplice,
ma anche assai eloquente, potrebbe chiarire il dilemma. Oggi si
discetta molto, forse troppo, dei crescenti bisogni energetici,
ma il vero intento non sembra certo quello di affrontare e
risolvere i pur non semplici problemi, quanto piuttosto quello
di soddisfare un proprio egoistico bisogno, creando nuove
difficoltà a tutti gli altri. Si passa così dal carbone
all’idroelettrico, e poi dall’eolico al nucleare… Nessuno si
spinge però ad esplorare questioni più semplici, vicine a noi e
senz’altro possibili: anzitutto come moderare i consumi,
eliminare gli sprechi, adottare fonti realmente alternative… O
come sostituire al trasporto pesante su gomma quello per mare o
su rotaia, promuovere negli spazi urbani non l’auto fuoristrada
privata, ma il trasporto collettivo, riducendo così di colpo
alcuni dei peggiori mali del nostro tempo: inquinamento e
trambusto, congestione e devastazione del tessuto urbano, corsa
alle nevrosi e alle malattie… Generazioni avviate sempre più
verso il progressivo autologoramento, che sembrano non
comprendere quanto poco importante sia arricchirsi, e magari
allungare a dismisura l’aspettativa di vita… ma a quale scopo?
Forse per consacrare tempo crescente e risorse smisurate al
pendolarismo e agli intasamenti di traffico, alle interminabili
code negli uffici per difendersi dal mostro burocratico o alle
incessanti ridde televisive di telenovele e telequiz? E che
sempre più ricorrono a condizionatori e impianti di
refrigerazione, mentre continua ciecamente la più stolta
devastazione degli alberi e delle foreste, senza rendersi conto
di entrare in una spirale perversa e priva di vie
d’uscita…Qualche barlume della nuova economia sta emergendo
timidamente, in alcuni dei Paesi più avanzati, dal Canada
all’Australia, e forse anche altrove: facendo riapparire anche
nel linguaggio politico termini dimenticati e soppressi, come
prosperità e benessere, equilibrio e felicità. Soltanto utopìe
di romantici, oppure una via di uscita ormai ineludibile per
riconquistare la vita e lo spirito, la socialità e il pensiero,
insomma per continuare a coltivare l’albero giovane ma perenne
della vita e della speranza, e per entrare in un futuro davvero
aperto?
5. IL FUTURO E’ APERTO
Alzare la testa, spaziare per un attimo oltre la botte in cui
ciascuno, sempre più preso soprattutto da se stesso, si era
rinchiuso e sprofondato, potrebbe forse voler dire scrutare
intorno alla ricerca di orizzonti più vasti. Scoprire gli altri
esseri viventi, nel mondo intorno a noi, significherebbe
risvegliare l’attenzione sulla Terra Madre, da noi minacciata e
violata come nella tragedia greca. Consentirebbe di comprendere
un fatto molto importante, che sovrasta le divisioni partitiche
e trascende i sistemi politici della società umana, a livello
planetario: la dimensione ambientale (e cioè il rapporto tra
l’umanità e la terra) è premessa e condizione di qualsiasi
dimensione sociale (vale a dire, di ogni apparato o meccanismo
che regoli i rapporti tra individui e gruppi all’interno di
questa umanità). “In altre parole, è come se ci trovassimo
nell’ipotetico condominio d’un grande palazzo. Stiamo discutendo
animatamente, e a volte lottiamo, per stabilire chi debba
amministrare e come. E non ci accorgiamo affatto che, nel
frattempo, quel palazzo ci sta rovinosamente crollando sotto i
piedi.” (F.T., Roma 1980). Finalmente, di questa realtà
incominciano a rendersi conto anche alcune punte avanzate della
cultura, della scienza e del giornalismo, che cercano di
scuotere la politica superficiale ed egoista dei nostri tempi,
per renderla un po’ meno distratta sui temi ambientali. Così
Jeffrey Sachs, della Columbia University, esorta a rendersi
conto del fatto che le sfide più importanti del mondo non sono
gli scontri di civiltà, “noi contro loro”, ma quelle che “noi,
tutti insieme,” dobbiamo affrontare per prevenire le catastrofi
ecologiche e sanitarie in agguato dietro l’angolo. Dietro alle
quali si annida sempre, aggiungeremmo noi, il tracollo della
vera economia, quella non virtuale e figurativa, ma solida e
sostanziale. E’ possibile rifiutare tanto la strategia politica
che mira al potere attraverso il danaro, quanto quella economica
che punta al danaro per mezzo del potere? E’ immaginabile
smascherare il servilismo mediatico, che accetta realtà
virtuali, nasconde verità inconfessabili, confeziona eventi
inesistenti mentre manipola o cancella fatti autentici,
prostrandosi sempre più profondamente in un servilismo
medioevale degno di “cantori del principe”? Ci può essere una
nuova, diversa strategia politica – forse sarebbe meglio dire
una “missione” – capace di puntare al perseguimento del vero
interesse della collettività? E cioè al benessere di tutti (e
non solo al nostro), e alla salvaguardia della casa comune, vale
a dire l’ambiente e il Pianeta Terra? Forse, un forte movimento
decisivo nel senso giusto potrà nascere un giorno soltanto fuori
dei binari tracciati, lungo la più difficile e magari meno
veloce strada maestra della verità, della giustizia e della
solidarietà, l’unica che vale davvero la pena di percorrere.
Perché, come emerge dal pensiero condiviso di Karl Popper e di
Konrad Lorenz, un avvenire esiste davvero. E potrebbe essere
peggiore del passato, disastroso, catastrofico e irreversibile;
ma forse anche migliore, spirituale, generoso e promettente. Se
non vogliamo crederlo, è solo perché i nostri occhi sono
intorpiditi, le orecchie frastornate e la mente atrofizzata: in
altre parole, siamo noi ad esserci chiusi, talvolta senza
ragione, talaltra senza speranza alla realtà viva e dinamica che
abbiamo intorno. E invece “Il futuro è aperto”, su questa idea
stimolante il pensiero dell’etologo e quello del filosofo
concordano pienamente. In fondo, il futuro è là che ci attende,
ed è forse tempo che la società attuale vi rifletta, gli vada
incontro, cerchi di conoscerlo e comprenderlo meglio, e quindi
incominci ad agire con maggiore lungimiranza e con più profonda
sensibilità. A salvare un mondo che sembra vivere nella
spensieratezza e nello spreco gli ultimi giorni di Pompei
basterebbero, in fondo, alcune semplici idee; sarebbe
sufficiente alzare la testa, guardare lontano e poi spostare le
pedine del gioco nelle caselle giuste. Riscoprendo e rispettando
anzitutto Gaia, la nostra vera madre e la generosa dimora di
tutti noi. E ricollocandola al posto che le compete, al centro
dello scenario: nella mente e nel cuore di ogni uomo, oggi e
domani, e ogni altro giorno che verrà.
Roma,
maggio 2006
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