La famosa denuncia di una “cava abusiva” nel cuore del Parco
Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise presentata dall’Ente
Autonomo Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise nel 1994,
dopo valanghe di lamentele giunte da ogni parte, non era
forse del tutto ingiustificata.
L’intervento si riferiva infatti ad un complesso di
sbancamenti, opere e manufatti di tipo industriale, di
pesante impatto territoriale, ambientale e paesaggistico,
realizzati nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo in piena
violazione di tutte le norme di tutela, e mai autorizzati in
alcun modo da parte dell’Ente Parco. Di più: tali
manomissioni erano state inutilmente denunciate già in
precedenza alla competente Magistratura, nel 1982 e nel
1989, senza alcun risultato concreto. Anche numerosi privati
e varie Associazioni di tutela avevano segnalato al Parco la
gravità del fatto, lamentando, anche con espressioni vivaci,
l’inerzia delle Autorità competenti.
In questo contesto appariva del tutto irrilevante il fatto,
da qualche parte sollevato, che l’attività estrattiva non
fosse in corso all’epoca dei vari (tardivi) controlli
effettuati dall’Autorità Giudiziaria, meritando comunque
tale situazione in pieno la definizione, sintetica ed
efficace di “cava abusiva”.
Allo stesso modo, allorché si parla di “discarica abusiva e
selvaggia” – un’accezione frequente nelle battaglie in
difesa dell’ambiente – ciò non significa necessariamente
che, al momento di un eventuale successivo accertamento,
qualcuno stia ancora effettivamente depositando
arbitrariamente, nel sito indicato, in ogni istante, rifiuti
o materiali.
L’ulteriore denuncia promossa nel 1994 venne stimolata anche
da varie sollecitazioni pervenute alla Presidenza e alla
Direzione dell’Ente Parco. La più rilevante fu quella
dell’Associazione “Amici di Pescasseroli”, presieduta dalla
nota scrittrice Dacia Maraini. A seguito di corrispondenza
scambiata nell’agosto 1994, una delegazione di tale
Associazione, guidata dalla stessa Presidente, venne
ricevuta dal Direttore del Parco nel pomeriggio del giorno
30 agosto 1994: e gli consegnò una nota in merito a vari
abusi e manomissioni, ivi comprese le attività industriali
di produzione di manufatti per l’edilizia”. In tale
occasione alcuni esponenti, e segnatamente la Signora Carla
Rabitti, sostennero con particolare veemenza la necessità di
decisi interventi dell’Ente Parco, quasi a volerlo tacciare
d’inerzia o di scarso uso dei propri poteri in materia. Alle
obiezioni del Direttore del Parco, che spiegava come l’Ente
avesse già inoltrato in passato ben 2 denunce, senza
ottenere alcun effetto concreto, ed esortava semmai a
rivolgere adeguati interessamenti presso la Magistratura
competente, la predetta signora replicava a nome degli
astanti, ostentando piena certezza sull’intervento
tempestivo della Giustizia, una volta che l’Ente Parco si
fosse ulteriormente attivato: e promettendo anzi
documentazione e materiale a sostegno delle proprie tesi.
A
seguito della riunione, la Direzione stimolava quindi i
competenti Servizi Tecnico, Legale e di Sorveglianza ad un
riesame della situazione e alla predisposizione dei
conseguenti atti ed esposti. Fu appunto durante un
sopralluogo del Funzionario del Servizio Legale,
accompagnato dal Tecnico-Fotografo, che i titolari della
cava si resero responsabili di gravi minacce, regolarmente
denunziate alla Procura della Repubblica di Sulmona, ma
senza alcun risultato apparente. Nel frattempo un ulteriore
impulso a tale linea perveniva da Roma, dalla Presidenza,
evidentemente a seguito di contatti con qualcuna delle varie
istanze interessate a frenare lo scempio ambientale in
questione.
Non aveva alcun senso, quindi, affermare o supporre
maliziosamente che le denunce dell’Ente Parco fossero
collegate all’episodio dell’aggressione del figlio del
Direttore da parte di un gruppo di teppisti locali (tra cui
figurava un figlio del titolare della cava). Tale episodio,
risalente all’anno 1987, era stato invece esso stesso una
conseguenza dichiarata delle prime denunce dell’Ente Parco,
risalenti come si è detto al lontano 1982. Affermare il
contrario significherebbe sostenere che, se un abusivo vuole
evitare di essere perseguito da una competente Autorità, ben
nota per la fermezza nel difendere l’ambiente ed applicare
la legge, sarà sufficiente che picchi i figli del
responsabile della tutela.
In questo modo, quando costui interverrà, sarà facile
accusarlo d’aver agito per “vendetta personale”. Ma si
dimentica che una equa e tempestiva applicazione delle norme
vigenti non può mai essere subdolamente tacciata di
vendetta, perché rappresenta invece pura e semplice
giustizia.
Per quanto riguarda poi la documentazione e il materiale
comprovante l’attività abusiva e quella estrattiva della
cava, ripetutamente promesso dalla Signora Carla Rabitti e
dalle
famiglie Carenza e Porru, esso non è più pervenuto all’Ente:
secondo alcune ammissioni degli stessi interessati,
probabilmente a causa di pesanti intimidazioni da loro
ricevute in sede locale. Una conferma evidente del fatto
che, quando il “controllo sociale” e la difesa dei beni
collettivi cedono a minacce e ricatti si piomba
nell’atmosfera omertosa del “Bel Paese”: dove i colpevoli
sono impuniti, e gli innocenti perseguitati.
Non per nulla Antonio Cederna denominava l’Italia “il Paese
di Pinocchio”: il burattino denunziò i due malandrini che lo
avevano derubato al giudice, che l’ascoltò con molta
benignità, poi chiamò i gendarmi e lo fece mettere subito in
gattabuia, lasciandolo di princisbecco.