IL “GIALLO” DEL PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO

     

      UNO SGUARDO AL PASSATO  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NON POTREMO COMPRENDERE BENE IL PRESENTE, NÈ AFFRONTARE IL FUTURO SENZA

SMARRIRCI, SE NON RICONQUISTEREMO ANZITUTTO LA NOSTRA “MEMORIA STORICA”.

QUESTO DOCUMENTO, FORTUNATAMENTE RECUPERATO OGGI, RISALE ALLA PRIMAVERA 1996.

Roma, autunno 2004

 

Nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, a due passi dalla villa di Dacia Maraini, questo è lo spettacolo che si presenta di fronte all’occasionale passante, che spesso s’indigna e protesta contro il Parco stesso, accusandolo di non far rispettare le leggi della Repubblica Italiana.

La verità è un po’ diversa: da decenni tutti gli interventi dell’Ente per bloccare questo scempio si sono scontrati contro un muro di omertà, collusioni, minacce e ritorsioni: e, come nel paese di Pinocchio, sul banco degli accusati é finito invece il Parco stesso.

Il Direttore del Parco risulta infatti attualmente imputato di calunnia per aver osato denominare “cava” ciò che vedete in questa immagine.

La congiura del silenzio avvolge anche la “libera” stampa italiana, con rarissime eccezioni, come il settimanale “L’Espresso”. Persino un articolo con foto già pronto per la stampa su “La Nuova Ecologia” è stato bloccato all’ultimo istante, un paio d’anni fa: e non è mai uscito.

Indovinate perché?

Parco Nazionale d’Abruzzo, primavera 1996

Ma quella di Pescasseroli era una “cava abusiva” o un fiore in boccio?

Rilevamento aerofotografico del 10 ottobre 1995 con deltaplano a motore, dopo che la Procura della Repubblica

di Sulmona aveva reso indisponibili i rilevamenti aerei svolti con l’ausilio della Guardia di Finanza.

La famosa denuncia di una “cava abusiva” nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise presentata dall’Ente Autonomo Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise nel 1994, dopo valanghe di lamentele giunte da ogni parte, non era forse del tutto ingiustificata.

L’intervento si riferiva infatti ad un complesso di sbancamenti, opere e manufatti di tipo industriale, di pesante impatto territoriale, ambientale e paesaggistico, realizzati nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo in piena violazione di tutte le norme di tutela, e mai autorizzati in alcun modo da parte dell’Ente Parco. Di più: tali manomissioni erano state inutilmente denunciate già in precedenza alla competente Magistratura, nel 1982 e nel 1989, senza alcun risultato concreto. Anche numerosi privati e varie Associazioni di tutela avevano segnalato al Parco la gravità del fatto, lamentando, anche con espressioni vivaci, l’inerzia delle Autorità competenti.

In questo contesto appariva del tutto irrilevante il fatto, da qualche parte sollevato, che l’attività estrattiva non fosse in corso all’epoca dei vari (tardivi) controlli effettuati dall’Autorità Giudiziaria, meritando comunque tale situazione in pieno la definizione, sintetica ed efficace di “cava abusiva”.

Allo stesso modo, allorché si parla di “discarica abusiva e selvaggia” – un’accezione frequente nelle battaglie in difesa dell’ambiente – ciò non significa necessariamente che, al momento di un eventuale successivo accertamento, qualcuno stia ancora effettivamente depositando arbitrariamente, nel sito indicato, in ogni istante, rifiuti o materiali.

L’ulteriore denuncia promossa nel 1994 venne stimolata anche da varie sollecitazioni pervenute alla Presidenza e alla Direzione dell’Ente Parco. La più rilevante fu quella dell’Associazione “Amici di Pescasseroli”, presieduta dalla nota scrittrice Dacia Maraini. A seguito di corrispondenza scambiata nell’agosto 1994, una delegazione di tale Associazione, guidata dalla stessa Presidente, venne ricevuta dal Direttore del Parco nel pomeriggio del giorno 30 agosto 1994: e gli consegnò una nota in merito a vari abusi e manomissioni, ivi comprese le attività industriali di produzione di manufatti per l’edilizia”. In tale occasione alcuni esponenti, e segnatamente la Signora Carla Rabitti, sostennero con particolare veemenza la necessità di decisi interventi dell’Ente Parco, quasi a volerlo tacciare d’inerzia o di scarso uso dei propri poteri in materia. Alle obiezioni del Direttore del Parco, che spiegava come l’Ente avesse già inoltrato in passato ben 2 denunce, senza ottenere alcun effetto concreto, ed esortava semmai a rivolgere adeguati interessamenti presso la Magistratura competente, la predetta signora replicava a nome degli astanti, ostentando piena certezza sull’intervento tempestivo della Giustizia, una volta che l’Ente Parco si fosse ulteriormente attivato: e promettendo anzi documentazione e materiale a sostegno delle proprie tesi.

A seguito della riunione, la Direzione stimolava quindi i competenti Servizi Tecnico, Legale e di Sorveglianza ad un riesame della situazione e alla predisposizione dei conseguenti atti ed esposti. Fu appunto durante un sopralluogo del Funzionario del Servizio Legale, accompagnato dal Tecnico-Fotografo, che i titolari della cava si resero responsabili di gravi minacce, regolarmente denunziate alla Procura della Repubblica di Sulmona, ma senza alcun risultato apparente. Nel frattempo un ulteriore impulso a tale linea perveniva da Roma, dalla Presidenza, evidentemente a seguito di contatti con qualcuna delle varie istanze interessate a frenare lo scempio ambientale in questione.

Non aveva alcun senso, quindi, affermare o supporre maliziosamente che le denunce dell’Ente Parco fossero collegate all’episodio dell’aggressione del figlio del Direttore da parte di un gruppo di teppisti locali (tra cui figurava un figlio del titolare della cava). Tale episodio, risalente all’anno 1987, era stato invece esso stesso una conseguenza dichiarata delle prime denunce dell’Ente Parco, risalenti come si è detto al lontano 1982. Affermare il contrario significherebbe sostenere che, se un abusivo vuole evitare di essere perseguito da una competente Autorità, ben nota per la fermezza nel difendere l’ambiente ed applicare la legge, sarà sufficiente che picchi i figli del responsabile della tutela.

In questo modo, quando costui interverrà, sarà facile accusarlo d’aver agito per “vendetta personale”. Ma si dimentica che una equa e tempestiva applicazione delle norme vigenti non può mai essere subdolamente tacciata di vendetta, perché rappresenta invece pura e semplice giustizia.

Per quanto riguarda poi la documentazione e il materiale comprovante l’attività abusiva e quella estrattiva della cava, ripetutamente promesso dalla Signora Carla Rabitti e dalle

famiglie Carenza e Porru, esso non è più pervenuto all’Ente: secondo alcune ammissioni degli stessi interessati, probabilmente a causa di pesanti intimidazioni da loro ricevute in sede locale. Una conferma evidente del fatto che, quando il “controllo sociale” e la difesa dei beni collettivi cedono a minacce e ricatti si piomba nell’atmosfera omertosa del “Bel Paese”: dove i colpevoli sono impuniti, e gli innocenti perseguitati.

Non per nulla Antonio Cederna denominava l’Italia “il Paese di Pinocchio”: il burattino denunziò i due malandrini che lo avevano derubato al giudice, che l’ascoltò con molta benignità, poi chiamò i gendarmi e lo fece mettere subito in gattabuia, lasciandolo di princisbecco.

 

Roma, primavera 1996

 

 

10 ottobre 1992: viene abbattuta l’ultima delle 30 villette abusive della Cicerana

(un altro imperdonabile “misfatto” del Direttore del Parco, che voleva “imporre” nella “terra di nessuno”, le leggi della Repubblica Italiana).

(Foto Archivio Centro Parchi)

 

   

COMITATO DIFESA PARCHI

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