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Piccole Faune
Coleotteri Buprestidi
d’Italia
IN
CD-ROM
G. Curletti – M.Rastelli - S.
Rastelli – F. Tassi
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PREFAZIONE
Poche creature viventi nel vasto microcosmo
intorno a noi hanno saputo suscitare, fin dai tempi
più remoti, tanto interesse, sacro rispetto e curiosità
quanto i multiformi Coleotteri, affascinanti per gli
splendidi bagliori metallici e per la varietà di aspetti,
imperscrutabili nelle misteriose abitudini e liberi
abitanti di ogni angolo della Terra. E quali esseri
“minori” appaiono in definitiva più “grandi”
dei coriacei sovrani del giorno e della notte, inseparabili
dagli alberi e dalle foreste, capaci di sfuggire silenziosamente
alla vista o di elevarsi d’improvviso, con volo rapido
e quasi magico verso il cielo?
Tra tutti gli Scarabei e i loro simili,
dai Cervi volanti alle Cetonie, dalle Potosie ai Longicorni,
un posto davvero speciale spetta però agli smaglianti
Buprestidi, non a caso denominati in molti Paesi “Coleotteri-gioiello”.
Figli del Sole e messaggeri della buona
stagione, ospiti discreti delle piante più disparate
e testimonianza policroma inimitabile della genialità
artistica della Natura, vivono spesso accanto a noi
senza che ce ne rendiamo conto: eppure senza di loro
il mondo non sarebbe lo stesso… Anzitutto per il ruolo
attivo e positivo, non dannoso ma equilibratore, che
essi giocano nell’ecosistema. E poi perché alle radici
di molte arti e culture si celano spesso, consapevolmente
o inconsciamente, fonti di ispirazione inimmaginabili:
i ritmi e i colori, le forme e i suoni, il disordine
e l’armonia della natura. I Buprestidi celebrano l’avvento
della calda
estate con danze d’amore, in un brulicare
di vita che si rinnova... Ma dopo appena qualche settimana
di trionfo all’aperto, si dissolveranno di nuovo come
d’incanto: per poi rinascere nel rito dell’eterno
ritorno dal profondo dei tronchi e dei ceppi, dei
rami e degli steli. Dove, nella veste di disadorne
e pazienti larve, si nutriranno per mesi, e talvolta
per anni, prima di riuscire, attraverso la metamorfosi,
a raggiungere il compimento della propria esistenza,
offrendo così il dono della perpetuazione della specie.
Se oggi quest’umanità distratta e insensibile
alle espressioni e alle energie della Terra, da cui
dipende la stessa vita di tutti, rischia di diventare
sempre più miope ed egoista, forse non è stato sempre
così; e certamente non dovrà continuare in questo
modo, perché coloro che verranno dopo, uomini, animali
e piante, meritano sicuramente un mondo più ricco
di vita, di armonia e di colori. Un naturalista filosofo
nutritosi per oltre un secolo della contemplazione
delle meraviglie del creato, Ernst Jünger, nel suo
celebre libro “Cacce sottili” ebbe a definire i Buprestidi
“adoratori del sole”, i quali “risplendono
magnifici in quella luce, mentre sono poche le creature
che ne sopportano la vampa con tanto fervore”.
Ma, concludeva, “sono
ancora più difficili da catturare delle Cicindele
perché, al più lieve movimento di chi fa per avvicinarsi
volano via”… Forse, è proprio
per la peculiarità di spiccare il volo rapidi e fulminei,
staccandosi dal fiore o dal tronco ed elevandosi tra
le cime degli alberi, liberi verso il cielo, che i
Buprestidi avevano ispirato gli antichi popoli a particolare
reverenza e stupore verso i gioielli della natura.
Probabilmente, comprenderemmo meglio la loro filosofia
della vita se, anziché guardare le cose dal basso,
potessimo librarci nell’aria come uccelli, dominando
le vette dei grandi alberi e scrutando la volta della
foresta. Vedremmo così i Buprestidi giungere in volo
da ogni parte, sfuggire o soccombere ai predatori,
incontrarsi e accoppiarsi, deporre le uova nei siti
più promettenti e protetti, assicurando così la vita
alla propria prole. Uno spettacolo unico di vitalità
e bellezza, che pochi hanno avuto la fortuna di ammirare
ma che potrebbe accendere in ciascuno, tra lampi e
bagliori, una nuova scintilla. E' anche per questo,
allo scopo di offrire a tutti la concreta possibilità
di scoprire un mondo segreto straordinario a due passi
da noi, che è nata
l'idea di dedicare ai Buprestidi d'Italia
la prima delle Piccole Faune in versione multimediale,
ricca di illustrazioni, stimoli e risposte. Affacciarsi
anche ad una piccola finestra della natura può voler
dire capire meglio il valore di tutto l'insieme delle
forme viventi. Perché, come sosteneva lo stesso Jünger,
“quando si osserva un angolo
della realtà, si acquisisce al tempo stesso conoscenza
di altre cose nascoste”.
Il messaggio che queste creature minori,
innocenti e indifese tentano di comunicarci è molto
semplice. Siamo tutti molecole d’un mondo nel quale
si affollano molti altri esseri grandi e piccoli,
diversi tra loro, compreso l’uomo. Il quale, insistendo
a non voler vedere le vere e grandi ricchezze che
ha intorno a sé, potrebbe continuare a distruggere
ogni cosa, condannando così anche se stesso. Ma se
usasse nel modo più saggio l’intelligenza di cui è
dotato, riuscirebbe forse a disegnare, per sé e per
gli altri, un destino diverso e migliore.
Roma
– Maremma Toscana, estate 2003
Franco Tassi
Comitato Parchi - Centro Studi
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Cyphogastra sp.

Scintillatrix dives
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GENERALITÀ
La famiglia dei Buprestidi, che conta
attualmente circa 15 mila specie note
alla scienza, è diffusa in tutto il mondo
con esclusione delle zone più fredde,
con costumi fitofagi e xilofagi, talvolta
saproxilofagi e con abitudini spiccatamente
diurne, termofile ed eliofile. Si stima
che il numero di specie effettivamente
esistenti non dovrebbe essere comunque
inferiore a 20 mila, e che la maggior
parte delle entità tuttora da scoprire
e da descrivere risieda nelle zone tropicali
meno esplorate del globo, con particolare
riferimento all'ambiente della cupola
arborea e della volta forestale, finora
assai poco esplorati. Estremamente ricco
e complesso risulta il genere Agrilus,
cosmopolita, che secondo Curletti (com.
pers.) conterebbe attualmente non meno
di 2800 specie descritte a livello mondiale.
I Buprestidi sono Coleotteri terrestri
inclusi nel sottordine Polyphaga, superfamiglia
Buprestoidea, dalla forma tipicamente
allungata e dalla statura variabile -
da molto piccola (2 mm) a grande (8 cm)
- la cui livrea sfoggia alcune delle più
belle e smaglianti colorazioni metalliche
del regno animale, tanto da meritare pienamente
l'appellativo di "gioielli viventi",
che trova spesso corrispondenza nelle
denominazioni attribuite in altre lingue
("Jewel-Beetles" in inglese,
"Prachtkaefer" in tedesco e
"Richards" in francese).
In base alle attuali conoscenze, la fauna
italiana conterebbe in totale 208 specie:
ma non può escludersi che ulteriore più
approfondite ricerche consentiranno nuove
aggiunte, confermandone il ruolo primario
nell'ambiro della biodiversità a livello
europeo. “Jewel Beetles”, Coleotteri Gioiello,
il nome con cui sono chiamati in campo
internazionale i Buprestidi, basta da
solo a rendere l’idea della bellezza di
questi Insetti. Il nome deriva dal fatto
che una buona percentuale di questi artropodi
possiede un esoscheletro metallico, variamente
colorato e brillante (i colori dominanti
sono il verde, il rosso, il ramato, il
blu, il dorato). Questa particolarità
ne rende i componenti estremamente ricercati
non solo dai collezionisti (ben nota la
bellezza delle Cyphogastra e delle
Catoxantha della Regione Orientale,
delle Calodema di quella Australiana,
delle Steraspis Africane), ma anche
dalle popolazioni locali che usano le
elitre per foggiare splendidi monili,
orecchini e collane. Senza dimenticare
che popolazioni orientali li hanno usati
come oggetti di culto. Famiglia diffusa
in tutte la Regioni geografiche ad eccezione
di quella Antartica, risulta particolarmente
concentrata nelle zone equatoriali e tropicali
del globo, rarefacendosi gradualmente
verso i Poli. I suoi rappresentanti nella
quasi totalità hanno abitudini estremamente
eliofile e termofile. Amanti del calore
(Melanophila nigrita Fabricius
dell'Africa meridionale può resistere
a temperature di 60°C.), entrano in attività
durante le ore più calde del giorno e
salvo rare eccezioni rimangono in stato
di quiescenza o riposo nelle ore crepuscolari
e notturne o nelle giornate prive di sole.
I tegumenti metallici sono spiegati dalla
necessità di proteggere i tessuti dalla
eccessiva incidenza dei raggi solari,
mentre i colori hanno funzioni mimetiche
sia criptiche sia faneriche (molte specie,
di colore dorsale criptico, presentano
i tergiti colorati molto vivacemente di
blu o rosso, con il probabile scopo di
agevolare la fuga di fronte ad un predatore,
interdetto dall’esplosione di colore all’apertura
delle elitre nell’atto dell’involo).
Buoni volatori, sono in genere però legati
all’habitat in cui vivono e solo raramente
possono compiere spostamenti di un certo
rilievo, né sono conosciuti fenomeni di
migrazione di massa, (in collezione Curletti
sono però conservati degli esemplari di
Chalcophora massiliensis caduti
insieme e a decine sulla barca di pescatori
a circa 5 km al largo delle coste liguri),
anche se indubbiamente determinate condizioni
vegetative di una foresta o anche di poche
piante possono attirare questi insetti
da svariati km di distanza. Le ali non
piegate trasversalmente sotto le elitre
permette loro un’estrema prontezza al
volo e la cattura di alcune specie (gen.
Chrysobothris Eschscholtz e
Melanophila Eschscholtz) durante le
ore di maggiore attività diventa estremamente
problematica. Alcuni generi (Dicerca
Eschscholtz, Capnodis Eschscholtz,
Buprestis Linnaeus, Sphenoptera
Solier) hanno attitudine alla tanatosi
e si lasciano cadere immobili sul terreno.
Altre specie tendono a rendersi invisibili
al predatore ruotando e occultandosi nella
parte opposta del tronco, o semplicemente
appiattendosi sulla corteccia, possibilmente
di profilo.
Generalmente gli adulti non riescono a
sopravvivere all’inverno alle nostre latitudini,
ma alcune specie (Capnodis tenebrionis,
Capnodis cariosa e Dicerca aenea)
sono state osservate svernanti sotto la
corteccia nei mesi più freddi dell’anno.
Nella buona stagione frequentano la chioma
degli alberi meglio esposti nelle ore
più calde del giorno e ad eccezione delle
specie floricole che risultano in netta
minoranza, solo in determinati casi possono
essere sorpresi nello strato basale, prevalentemente
quando hanno necessità di riprodursi e
di ovideporre.
Tre soli Generi appartenenti alla nostra
fauna, Anthaxia, Acmaeodera, Acmaeoderella,
sono antofili, anche se non mancano eccezioni
che saranno citate di volta in volta.
Gli adulti dei restanti generi si nutrono
di foglie, ma risultano estremamente frugali,
tanto che i loro danni passano
Scintillatrix
dives Cyphogastra sp.
inosservati. Le larve invece, in generale,
sono xilofaghe o fillofaghe e possono
all’occorrenza provocare danni anche di
un certo rilievo, a specie vegetali forestali
o coltivate, come rimarcato nei trattati
di agronomia forestale. E’ tuttavia opinione
corrente che il meccanismo che fa varcare
la soglia dei danni di una determinata
specie, non sia una regola, ma un’eccezione,
causata da fattori contingenti e esterni
che indeboliscono la pianta e la rendono
vulnerabile all’attacco di questi xilofagi
(Arru, 1961/2, Curletti, 1994).
Indipendentemente dai danni che poche
specie possono arrecare, è tuttavia doveroso
ricordare l’importanza che i Buprestidi
rivestono nell’economia di una foresta,
contribuendo, insieme con altri organismi,
alla trasformazione in humus della lignina,
sostanza che quasi priva di proprietà
nutritive, difficilmente potrebbe essere
riciclata. Possono inoltre diventare importanti
indicatori dello stato di salute o di
degrado delle foreste e sono in corso
studi per rendere praticabile il progetto
anche agli agenti forestali.
Possono inoltre rappresentare importanti
indicatori dello stato di salute o del
deterioramento di foreste, boschi, macchie
ed altre associazioni vegetali: e quindi
una loro conoscenza non superficiale che
faccia comprendere le loro dinamiche evolutive
può rivestire notevole interesse per ecologi,
naturalisti, forestali ed ambientalisti.
In generale, si può affermare che i Buprestidi
di regola non siano mai nocivi agli ecosistemi
naturali integri, né agli agro-ecosistemi
tradizionali; mentre in qualche caso possono
risultare dannosi per certe monocolture,
come constatato ad esempio per gli alberi
da frutta in Europa con le Capnodis
(e in Medio Oriente con le Sphenoptera).
Talvolta possono infine danneggiare seriamente
piante di colture intensive o di vivai,
così come constatato con Agrilus a
carico di Pioppi ibridi euro-americani
e con Palmar (Lampra) festiva alle
spese di Thuya. Anche in questi
casi, comunque non può negarsi ai Buprestidi
un chiaro ruolo di "forza della natura"
magari molto spinta, ma in sostanza profondamente
riequilibratrice. |
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CENNI STORICI
Il genere Buprestis viene costituito
da Linneo nel 1735, con la prima edizione del
Systema Naturae, che inaugura la moderna nomenclatura
binomia. Successivamente una semplice ripartizione
viene effettuata da Fabricius, che nel 1801
separa il genere Trachys, mentre poco
dopo Latreille propone nel 1809 il genere Aphanisticus.
I tassonomi contemporanei - in particolare Leach
nel 1815 - visto l'enorme numero di specie e
varietà che si stanno scoprendo e descrivendo,
tendono ad erigere Buprestis a livello
superiore, dando vita così alla famiglia dei
Buprestidae.
La prima vera grande divisione della famiglia
avviene ad opera di Eschscholtz, il quale proponendo
circa 12 generi stabilisce un'impostazione che
verrà in seguito seguita e perfezionata da Solier
(1833), Castelnau et Gory (1835-1841), Lacordaire
(1857), Kerremans (1900), Cobos (1980), gettando
le basi per la sistematica tuttora seguita.
Per quanto riguarda la fauna italiana, contributi
frazionati ed episodici rendevano difficilmente
comprensibile la sistematica dei Buprestidi.
Spetta quindi a Porta (1929) e a Luigioni (1929),
il merito non trascurabile d'aver tentato un'analisi
complessiva della componente faunistica italiana:
con cataloghi che, seppure inseriti in contesti
diversi e più ampi e con qualche inevitabile
errore e lacuna, sono rimasti per decenni il
punto principale di riferimento per gli studiosi.
Lo studio dei Buprestidi in Italia riprende
vigore nell'ultimo dopoguerra, grazie alle pubblicazioni
di Gerini (1952) e di Tassi (1961), il quale
per la prima volta amplia l'indagine dalla semplice
sistematica e faunistica alla ricerca integrata,
spingendo l'orizzonte a botanica e scienze forestali,
biogeografia ed eco-etologia, ma soprattutto
alla conservazione della natura, sia fondamentale
che applicata.
Bisognerà attendere la fine del secolo per avere
il catalogo aggiornato e completo della fauna
italiana (Curletti 1994), nel quale vengono
analizzate criticamente alcune segnalazioni
dubbie od errate, tentando una prima sintesi
della situazione buprestologica del nostro paese.
Un ulteriore lavoro d'insieme riguarda la check-list
della fauna italiana ad opera di Gobbi (1995),
il cui catalogo viene in seguito riveduto da
Curletti (2000). |
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ORIGINI E AFFINITA’
All’infuori di teorie e di supposizioni più
o meno attendibili, obiettivamente nulla si
sa dell’origine dei Buprestidi. I più antichi
resti fossili conosciuti provengono dall’Emisfero
Boreale (Svezia e Liechtenstein) e risalgono
al Triassico superiore (Cobos,1986, Théry,1942),
rappresentanti di generi ora considerati estinti
(Glaphyroptera, Buprestites), ma che
risultano già assai simili morfologicamente
a quelli attuali. Nel Triassico inferiore, soprattutto
nel Lias svizzero e inglese, emerge una fauna
più ricca, ma sempre appartenente a generi estinti
(Micranthaxia, Chrysobothrites, Buprestidium,
Agrilium).
La Biodiversità planetaria espressa dallo "speciscapo":
una speciale Tavola in cui le dimensioni di
ogni organismo simboleggiano la quantità di
specie compresa nel suo gruppo: Cervo volante,
Faggio, Acaro, Fungo, Conchiglia, Lombrico,
Orso bruno, Aquila reale e così via. da Franco
Tassi, Le Meraviglie volanti, rivista "D'Abruzzo",
Anno IX, n. 36, Inverno 1996, Ortona (Chieti).
Ma la vera esplosione evolutiva dei Buprestidi
avviene nel Cretaceo medio, con l’apparizione
delle Angiosperme. Alla fine del Mesozoico
e nel Terziario comincia ad apparire la linea
evolutiva attuale e dall’Oligocene emergono
testimonianze fossili di specie appartenenti
a generi attuali, quali Perotis, Dicerca,
Scintillatrix, Eurythyrea e Anthaxia.
Già all’inizio del Quaternario, e precisamente
nel Pleistocene, i resti fossili rinvenuti nelle
torbiere appartengono a specie attuali.
Per quel che concerne la fauna italiana, a nostra
conoscenza emergono due sole specie, rinvenute
nei giacimenti del Monte Bolca in Veneto, risalenti
all’Eocene (53 milioni di anni): Perotis
laevigata Herr e Ancylocheira deleta
Herr.
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Larva di Julodis
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BIOLOGIA LARVALE
Le larve dei Buprestidi sono in maggioranza
xilofaghe. Fanno eccezione per la fauna
Europea i Trachyinae, fillofagi,
minatori, che vivono nella sezione fogliare
di svariate latifoglie e di erbe e i
Cylindromorphinae, poefagi, viventi
nello stelo di piante erbacee.
Tra gli xilofagi, una sola sottofamiglia,
quella degli Julodinae ha abitudini
ectofite e le larve si spostano liberamente
nel terreno, nutrendosi delle radici che
incontrano (probabile adattamento agli
ambienti desertici), ma la larga maggioranza
è strettamente endofita. In generale si
nutre di piante morte o morenti, ma alcune
specie si comportano come ospiti primari,
causando più o meno occasionalmente danni
alle coltivazioni, sia arboree sia erbacee.
La tematica relativa a questi aspetti
è stata trattata in modo sufficientemente
esauriente da Curletti (1994) e si rimanda
a quel lavoro chi volesse approfondire
l’argomento. In alcuni pochissimi casi
sono stati usati Buprestidi per contenere
l’abnorme sviluppo di piante infestanti
esportate accidentalmente in altri continenti,
ad esempio Coraebus rubi per contrastare
la diffusione dei rovi in Nord America
e Agrilus hyperici per contenere
l’invasione di Hypericum perforatum,
ipericacea divenuta infestante in Australia
Orientale. |
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I primi Buprestidi fossili segnalati in
Italia, provenienti dalle famose cave
del Bolca, sui Monti Lessini nei pressi
di Verona.
Ancylochira deleta (fig. 1,2,3)
e Perotis laevigata (fig. 4)
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I BUPRESTIDI FOSSILI
Il ritrovamento di esemplari fossili,
più frequenti per gli Insetti delle ambre
del tipo di quelle del Baltico e della
Francia settentrionale, risulta invece
piuttosto raro nei giacimenti stratigrafici,
tra cui merita tuttavia piena menzione
quello famosissimo di Bolca, sui Monti
Lessini, presso Verona. Qui già nell’anno
1856 il Dottor Abramo Massalongo, nei
suoi Studi Paleontologici, menzionava
tra l’altro il rinvenimento nei giacimenti
calcarei di due specie di Buprestidi:
Ancylochira deleta e Perotis
levigata, (già descritti al di là
delle Alpi da Heer, l’autore dell’Opera
“Il Mondo Primitivo della Svizzera”).
Si tratta di due entità poi riprese nel
1886 da Giovanni Omboni, e ritenute assai
simili a forme tuttora viventi (rispettivamente
Buprestis novemmaculata e Aurigena
lugubris), legate ad ambienti caldi
e temperati, come sembra del resto piuttosto
consono alle situazioni ecologiche che
dovevano riscontrarsi circa 50 milioni
di anni fa in quei luoghi. Nuovi scavi
e ricerche più approfondite porteranno
ulteriormente alla scoperta di altri fossili
di Buprestidi, che una volta studiati
più a fondo potrebbero consentire di configurare
meglio la reale situazione ecologica di
quel territorio nel lontano
passato. |
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Collana di elitre di Buprestidi (Kenia)
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I BUPRESTIDI E L’UOMO
L’uomo moderno tende ad allontanare da
sé la vera Natura, cancellandone ogni
segno o traccia più eloquente: ma le popolazioni
primitive, che vivevano assai più legate
ad essa, nutrivano conoscenza e rispetto
per ogni essere vivente, Insetti compresi:
e tra questi i Coleotteri occupavano un
posto speciale, anche per il semplice
fatto che un essere vivente su quattro
è appunto un Coleottero. Lo dimostra chiaramente
il caso ben noto dello Scarabeo sacro
dell’antico Egitto, che forse deriva da
una antichissima tradizione sciamanica
diffusa tra gli uomini del Paleolitico,
ed oggi ancor presente, almeno in parte,
tra le popolazioni primitive di Asia,
Africa e America. Il “volo magico” degli
scintillanti Buprestidi, capaci di vivere
sugli alberi avvicinandosi al sole e al
cielo, ebbe probabilmente una notevole
influenza sulle genti primitive, come
alcune semplici osservazioni di etnoentomologia
possono facilmente confermare.
Ornamenti con elitre di Buprestidi si
trovano infatti ancora in uso presso molte
tribù dei vari Continenti, specialmente
in America meridionale ed in Africa tropicale.
Secondo alcune tribù primitive sudamericane,
come gli Indios Yagua del Brasile, furono
proprio i Buprestidi, coabitanti con i
Longicorni negli enormi alberi della densa
foresta, a creare il Rio delle Amazzoni.
Ciò avvenne infatti allorché, anziché
scavare nel legno, perforarono la terra,
facendo sgorgare da ogni parte acque
cristalline e abbondanti.
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La più antica testimonianza di culto dei
Buprestidi risale all'epoca Magdaleniana,
circa 12 mila anni fa, ed è testimoniata
da questo pendente di collana ritrovato
nella Grotta del Trilobite, Yonne, Francia.

La considerazione ed ammirazione per i
Coleotteri Buprestidi in Giappone sono
tali, che esiste anche un meraviglioso
altare costituito dalle splendenti elitre
di una delle specie più belle e diffuse. |
I BUPRESTIDI NELL’ANTICHITÀ
La più antica testimonianza dell’attenzione
e del culto dei Buprestidi risale alla
preistoria, ed è stata trovata nella Grotta
del Trilobite (Yonne), in Francia, che
risale all’epoca Magdaleniana.
Si tratta di un ornamento pendente di
forma ovale, probabilmente destinato ad
arricchire il corredo di qualche importante
personaggio. Ma collane con pendenti a
forma di Buprestidi sono esposte anche
nel Museo del Cairo, in Egitto, e risalgono
a periodi anteriori all’epoca dinastica,
probabilmente ispirati da più antiche
tradizioni sciamaniche. Alla stessa origine
si riconnette l’uso delle splendide elitre
rutilanti dei Buprestidi (in particolare
del genere Chrysochroa),
già noto in Corea fin V° secolo dell’Era
Cristiana, e poi diffuso anche in altre
parti dell’Asia, collegato spesso agli
oggetti buddistici.
Il monumento più sorprendente resta comunque
il Reliquario del Tamamushi nel Tempio
di Horyiiji, a Ikaruya, che venne realizzato
dall’Imperatrice Suiko, salita al trono
nel 592; la quale lo volle dedicare al
Budda Sakiamouni, e lo fece ornare di
circa 9.000 elitre di questo Coleottero,
particolarmente adorato e rispettato in
Giappone (Chrysochroa fulgidissima).
“Buprestis animal est rarum in Italia”
affermava Plinio il Vecchio nella sua
Storia Naturale, ma in questo caso è ben
più probabile che egli si riferisse piuttosto
ad un Meloide o ad una Cantaride, insetti
capaci di provocare con le loro proprietà
tossiche seri danni al bestiame pascolante,
ove inavvertitamente da questi inghiottiti.
Secondo l’etimologia greca, infatti, il
Buprestide è quell’insetto che fa gonfiare,
e quindi ammalare e morire, i buoi: ma
questo nome venne poi attribuito da Linneo
nel 1767 agli splendidi insetti che tuttora
lo detengono. Possiamo tuttavia riconoscere
in suo favore una seria attenuante: pur
nella sua vasta sapienza lo studioso,
vivendo nei climi e negli ambienti boreali
della lontana Scandinavia, non poteva
certo conoscere a fondo questi coleotteri
legati al sole caldo del Mediterraneo
e dei Tropici.
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Melanophila acuminata
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MELANOPHILA: IL RICHIAMO DEL FUOCO
Centinaia di migliaia di anni prima che
l’uomo avesse inventato gli odierni sistemi
di rilevamento e misurazione a distanza
delle fonti di calore (termografia, satelliti
per la prevenzione di incendi e per la
segnalazione di eruzioni vulcaniche),
un piccolo Coleottero Buprestide, la Melanophila
(amante del nero, e cioè del
legno carbonizzato) sapeva già percepire
a grande distanza ogni radiazione calorifica.
Come per incanto, miriadi di questi Insetti
compaiono di colpo là dove scoppia un
incendio. Tanta tempestività appariva
inspiegabile, finchè non si scoprì che
questo Buprestide riusciva, grazie a speciali
organi sensori, a localizzare il fuoco
captando le radiazioni infrarosse (della
lunghezza d’onda 2,5 – 4,0 m). In questo
modo il Coleottero trova subito il legno
carbonizzato, di cui si nutrono le sue
larve, e vi depone le uova.
Se l’uomo avesse osservato con maggiore
attenzione questo ed altri “miracoli della
natura”, saprebbe oggi facilmente individuare
ed estinguere ogni incendio proprio al
suo nascere. |
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Un’immagine dell’incontro internazionale
di Buprestonet tenutosi nel 2000
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2000 BUPRESTONET MILLENNIUM MEETING
Nell’ambiente degli studiosi e degli appassionati
italiani di Buprestidi, e nel quadro del
Progetto Biodiversità, è stata costituita
nel 1997 una rete di contatti denominata
Buprestonet, e si è organizzato
poi un primo Incontro Internazionale,
dal 12 al 18 settembre 2000, presso il
Parco Nazionale d’Abruzzo, con Sessioni
Scientifiche, Attività Culturali presso
i Centri Visita – compreso il Centro Insetti
di San Sebastiano di Bisegna – ed una
Tavola Rotonda sulla Conservazione degli
Insetti. La partecipazione di italiani
e stranieri è stata cospicua e qualificata,
e ne sono emerse discussioni
molto approfondite e stimolanti, nonché
interessanti progetti per il futuro.
Superate una serie di difficoltà tecniche
ed organizzative, i risultati di questo
importante incontro – il primo assoluto
del genere in Italia – verranno prossimamente
pubblicati (Editor Franco Tassi) anche
in veste multimediale, nella serie delle
Piccole Faune. |
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ALCUNI ESEMPI TRATTI DAL
CD-ROM
Le chiavi dicotomiche
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PICCOLE FAUNE
Questo CD-ROM inaugura la serie multimediale
delle Piccole Faune che, grazie ai moderni
strumenti ormai ben noti e largamente
praticati da giovani e giovanissimi, intendono
contribuire alla diffusione della autentica
cultura naturalistica, troppo spesso trascurata
in Italia.
Armonizzare uno studio rigorosamente scientifico
con una divulgazione naturalistica stimolante
ed aggiornata - linuaggio comprensibile,
idee interessanti ed immagini attraenti
- costituisce l'obiettivo principale delle
Piccole Faune in CD-ROM, oltretutto praticamente
accessibili ad un pubblico non ristretto
né troppo specializzato. Per far scoprire
e conoscere a fondo forme viventi ignorate,
dimenticate, oppure "nascoste",
perché considerate piccole o inutili:
ma invece fondamentali nell'equilibrio
dinamico
degli ecosistemi.
E dunque da amare, rispettare e conservare,
con tutti i loro preziosi ambienti, per
l'avvenire stesso della specie denominata
Homo sapiens.
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| NOTA. – Il
riferimento bibliografico generale sul Progetto Biodiversità
è il seguente: Franco Tassi & Coll., Progetto
Biodiversità, Pubblicazioni e Dossier del Centro Studi
Ecologici Appenninici –Parco Nazionale d’Abruzzo, Roma
– Pescasseroli 1994. |
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Ulteriori informazioni sul sito internet:
http://web.tiscali.it/buprestidae
oppure
rivolgendosi all’indirizzo e-mail:
mrastelli@tiscali.it
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