Nella storia dei Parchi, le vicende del Parco Nazionale d’Abruzzo, miracolosamente sottratto alla speculazione selvaggia negli anni Settanta, e poi salito alla ribalta internazionale come modello di conservazione innovativa, occupano senza dubbio un ruolo importante. Il metodo adottato è stato semplicemente quello di puntare direttamente alla più autentica “missione” del Parco, senza dispersioni nel labirinto politico, burocratico, tecnocratico e accademicistico,  con chiarezza di intenti e con tenace volontà di superare gli innumerevoli ostacoli creati da chiusura e ignoranza, egoismo e interessi contrari, politiche miopi e manovre partitiche, inadeguatezza e viltà.
Ripercorrere l’intero cammino delle vicende del Parco dalla sua “crisi” all’epoca del cosiddetto miracolo economico  (1962-1969), attraversando il periodo che gli storici hanno definito della “redenzione” (1969-2002) per giungere alla fase della successiva “normalizzazione” (2002-2009) sarebbe certo impossibile, ma non è difficile sintetizzarne alcuni dei momenti più significativi, collegati alle più innovative strategie.

Ecco quindi le principali idee vincenti, in apparenza rivoluzionarie ma in realtà fondate sempre sulla conservazione della natura e dell’ambiente, che come è noto rappresenta in ogni tempo e luogo l’obiettivo primario di un parco nazionale. Va pure premesso che, per quanto paradossale possa apparire, la più basilare innovazione fu, nel momento della ripresa del Parco, la pura e semplice riscoperta delle leggi esistenti, rimaste per decenni trascurate e dimenticate come spesso avviene in Italia: dove anziché applicare le norme vigenti, si tende sempre ad invocarne di nuove, finendo così inevitabilmente in un labirinto inestricabile aggravato sia da inerzia e ostilità, sia da litigiosità e cavillosità, dei soggetti coinvolti.

La prima innovazione fu passare, in modo non solo declamato ma concreto e operativo, dalla radicale contrapposizione tra tutela assoluta (impossibile in aree antropizzate e abitate) e anarchia totale (dilagante in ogni angolo del Paese, tra sanatorie e condoni) al metodo dell’assetto territoriale basato sulla zonazione, e cioè sulla conservazione graduata del patrimonio naturale, con uso sostenibile, compatibile e durevole dlle sue risorse, in rapporto ad una armonica visione della possibile convivenza pacifica tra uomo e natura.

La seconda innovazione riguardò la rivalutazione dei centri abitati del Parco, o ad esso contigui, non più considerati come escrescenze e metastasi da tener fuori del Parco, ma come elementi dinamici da innestare nella viva realtà di un’Area protetta, viva e funzionante: tenendo ben presente che il destino della natura dipende anche dalla cultura dei gruppi sociali legati al territorio, da cooptare nella comprensione, e poi nella gestione responsabile dell’ambiente.       

La terza innovazione è consistita nel coinvolgimento diretto e indiretto dei giovani, sia locali che esterni, nella vita del Parco: non solo con impieghi permanenti e temporanei, ma anche con volontariato, cooperative, piccole imprese e continue attività culturali, aprendo la strada a nuove iniziative valide come esempi-pilota, ben presto oggetto di attenzione ed imitazione.
       

La quarta innovazione ha puntato sulla risorsa Parco come meta di suggestione e attrazione per il moderno ecoturismo responsabile, che rappresenta il segmento in più rapida e costante crescita del turismo: il quale, come è noto, rappresenta oggi la più importante industria a livello mondiale.
       

La quinta innovazione ha tentato di imprimere alla conduzione del Parco lo spirito e i metodi della managerialità più aperta e avanzata, con interventi capaci di stimolare il senso di appartenenza nel personale e nella gente locale, animando comunità altrimenti passive, suscitando sana competizione e costante ricerca di miglioramento: con eventi collettivi e riconoscimenti individuali, rivalutazione della memoria storica e progressivo autofinanziamento, apertura e totale trasparenza su ogni aspetto positivo o negativo della vita del Parco.       

Il risultato di queste strategie è stato, nel cosiddetto “periodo d’oro” della vita del Parco e delle collettività ad esso collegate, un motivato impegno di tutte le parti in causa per una missione comune riconosciuta vantaggiosa: arricchita da flussi crescenti di ecoturismo capaci di assicurare costante ecosviluppo. Tali flussi, provenienti dalle zone forti (metropolitane, industriali e terziarie) verso le zone deboli (agricole, naturalistiche e turistiche) hanno assicurato al territorio non solo apporti economici (spesa ecoturistica e indotto), ma anche sociali (contatti ripetuti tra città e campagna, litorale e montagna, Paesi stranieri e vita locale) e certamente culturali (circolazione di idee, viva discussione e confronto).      

In questo modo al dilagare dei conflitti può sostituirsi una crescente collaborazione – come dimostra la moderna ed evoluta strategia che va sempre più affermandosi: “cooperation, not confrontation”. E la vera conservazione dalla natura (non declamata e virtuale, ma stabile e rigorosa) può armonizzarsi con qualità della vita e benessere, civiltà culturale e armonia sociale: vera prosperità futura non solo per le zone montane interne, ma per l’intero Paese.

Roma, Dicembre 2009 Franco TASSI

 

Allegato: La Zonazione del Parco Nazionale d’Abruzzo: esempio precursore di Pianificazione moderna non solo declamata, ma anche concretamente attuata.

 

Nota.- Questo testo è la sintesi di uno dei Capitoli della nuova ampia opera di Franco TASSI (titolo provvisorio: “La vera storia del Parco”), ora in via di completamento, che uscirà prossimamente in varie lingue.