Il drammatico episodio dei nove capodogli agonizzanti, nel dicembre 2009, sulla spiaggia del Gargano, apre una nuova pagina rivelatrice sulla lotta tra vita e morte che oggi si sta svolgendo silenziosamente nei nostri mari. Nessuno sa come intervenire tempestivamente, manca una forza di pronto impiego adeguatamente attrezzata, e gli studiosi competenti in biologia marina vengono “gettati a mare” da un Paese che, con oltre 7.000 chilometri di coste e centinaia di isole, investe sempre meno nella ricerca scientifica. Sette capodogli muoiono dopo una intera giornata di agonia, mentre degli altri due si perdono le tracce, e forse riescono fortunosamente a salvarsi…

 
Pochi giorni prima del Natale 2009,sulla spiaggia a nord del Promontorio del Gargano, oggi Parco Nazionale, in località Foce Varano del comune di
Peschici, si sono spiaggiati ben 9 individui di Capodoglio, 7 dei quali sarebbero poi morti, nonostante tutti gli sforzi prodigati per salvarli. Un vero
campanello d'allarme per il nostro mare e per la sua splendida vita.

Tutti hanno imparato fin da giovani che la Terra, per due terzi occupata da oceani e mari, può essere più appropriatamente definita “Pianeta Blu”. Ormai molti sanno che alcuni animali marini comunicano tra loro mediante sofisticati meccanismi non percepibili dall’orecchio umano, e che il frastuono e le alterazioni sempre più diffusi nel mare per le più disparate ragioni possono stordirli e disorientarli, spingendoli fino a spiaggiarsi anche in massa, come purtroppo sta accadendo sempre più frequentemente. Quello che non si sa né si può prevedere è quando quest’uomo così “sapiente” aprirà finalmente gli occhi e la mente per eliminare, o almeno ridurre a poco a poco, la sua continua opera di smantellamento del Pianeta e delle sue meraviglie.

Che il Capodoglio frequenti i mari italiani è da sempre ben noto a pescatori, naturalisti, studiosi e difensori dei Cetacei: ma incontrarlo non è facile, anche perché muovendosi continuamente alla ricerca di cibo discende a notevoli profondità negli abissi, e pochi avrebbero creduto che animali di quelle dimensioni si spingessero in numero anche in mari chiusi e poco profondi come l’Adriatico. Capitava anche in passato qualche spiaggiamento che faceva subito accorrere la gente a vedere da vicino questi giganti del mare, ma non v’era ragione alcuna di temere per il loro futuro.

Storie e cronache antiche e recenti ci raccontano episodi straordinari, talvolta incredibili, della vita di questi animali, aprendo qualche spiraglio di verità su un mondo sottomarino ancora solo in parte conosciuto e compreso. Come quando, in un’alba nebbiosa di fine Ottocento, approdava in Sardegna il naturalista inglese Lord Thomas Lilford, illustre ornitologo all’esplorazione di terre all’epoca ancora poco conosciute: e presso le coste dell’Isola della Maddalena ebbe la ventura di osservare a lungo uno spettacolo unico, che forse nessun altro avrà modo di rivedere sulle sponde del Mediterraneo. Era un enorme capodoglio arenato, su cui si agitavano banchettando neri, robustissimi avvoltoi monaci, con accanto numerosi rispettabili, eppur sottomessi avvoltoi grifoni… Una visione di natura primordiale, di fronte al piccolo uomo attonito: al quale non resta che ammirare immobile, muto e stupefatto qualcosa che va oltre la sua immaginazione, una scena che non potrà mai dimenticare.

Anche molto più recentemente, questi enormi cetacei hanno fatto parlare di sé non di rado, compiendo imprese degne di essere raccontate. Nell’estate 1972, nel golfo di Taranto, un giovane capodoglio in amore s’invaghì pazzamente del sommergibile militare Gazzara, probabilmente scambiandolo per un’affascinante capodoglia. Compì ardite evoluzioni e si lanciò in corteggiamenti tali, da costringere il comandante a sospendere la navigazione per oltre un’ora… Ma talvolta la risposta dell’uomo non si limita a raffreddare innocenti bollori. A Sciacca nel 1978 il WWF dovette elevare infuriate proteste, perché alcuni poliziotti avevano tranquillamente mitragliato un capodoglio, considerandolo “pericoloso per i bagnanti” (sic!). Eppure nessun bagnante è mai morto per colpa dei cetacei (si narra anzi di persone da loro salvate), mentre ciò che è innegabile è che balene e delfini continuano ad essere selvaggiamente sterminati dall’umana invadenza.

Spiaggiamenti dei giganti del mare sono dunque sempre avvenuti, ma di solito si trattava di episodi sporadici, forse dovuti ad eventi anomali capaci di far perdere l’orientamento al loro capofila, che magari finiva in acque troppo basse seguìto dall’intero gruppo. Il primo vero campanello d’allarme per l’Adriatico suonò nel maggio 1984, allorché un maestoso capodoglio arenatosi sulle spiaggie abruzzesi venne faticosamente sospinto di nuovoal largo, ma finì poi col morire sul litorale di Ortona a Mare. Nel suo stomaco furono individuati i veri responsabili della tragedia: prodotti e rifiuti della cosiddetta civiltà industriale, buste e contenitori di plastica ingeriti in mancanza d’altro cibo e forse scambiati per meduse o calamari, fino a produrre una micidiale occlusione intestinale. Nei resti del cetaceo era scritta tutta la storia del male che l’uomo è capace di provocare alle innocenti creature del mare: tracce di uno o più speronamenti, e persino una pallottola di arma da fuoco. Qualcuno si era anche divertito al tiro al bersaglio con un fucile da caccia grossa, come certi gentiluomini usano fare dal proprio lussuoso yacht. Allora - esattamente un quarto di secolo fa - tutti gridarono allo scandalo e promisero di intervenire perché fatti del genere non avessero a ripetersi: ma nessuno pensava che la situazione avrebbe continuato a peggiorare sempre più.

Illustrazione tratta dal libro "Animali a rischio", di Franco Tassi, Editoriale Giorgio Mondadori, Milano 1990.

Non tutti si rendono conto, infatti, di ciò che sta accadendo nelle profondità del Mediterraneo, e si parla ancora troppo poco delle mille forme di inquinamento, vecchio e nuovo, che sta propagandosi nell’Adriatico, nello Jonio e nel Tirreno. Non soltanto occupazione di spazio costiero e marino, trivellazione alla ricerca di idrocarburi, contaminazione solida e chimica, fatta di liquami e rifiuti tossici, plastica e materiali non degradabili, idrocarburi e biocidi, tensioattivi e veleni… Siamo oggi di fronte anche a nuove forme non visibili di invasività fisica, termica e sonora, elettromagnetica e radioattiva: dai mutamenti del clima alla radicalizzazione delle stagioni, dagli ultrasuoni agli infrasuoni, dai raggi infrarossi agli ultravioletti, ed oltre. Una miscela esplosiva di cambiamenti disastrosi, che occorre fermare o almeno rallentare, se non vogliamo sterilizzare le acque e renderle invivibili: riducendo il “mare nostro” a una pattumiera, trasformandolo in vero e proprio “mare mostro”. A meno che non vogliamo rallegrarci dell’ultimissima novità: perché nell’Oceano Pacifico tra la California e l’Arcipelago delle Hawaii è stata scoperta qualche tempo fa una nuova isola, subito battezzata “Great Pacific Garbage Patch”. Un’isola di spazzatura grande il doppio degli Stati Uniti, formata dalla plastica e da ogni genere di altri rifiuti galleggianti, raccolti e compattati dal vortice delle correnti, inquinante e invadente al punto da far quasi scomparire la vera vita del mare, tanto da essere battezzata dagli oceanografi “un vero orribile minestrone galleggiante di plastica”.

E tutto questo senza dimenticare che alcuni dei Paesi più “progrediti” sono capaci di sterminare i Cetacei in modo ancora più diretto e cruento. Come il Giappone, le cui baleniere trincerandosi dietro il ridicolo pretesto di una “ricerca scientifica a tutto campo” non cessano di rifornire generosamente di carne fresca i ristoranti del Sol Levante. Oppure come la Danimarca, meglio sarebbe dire le lontane Isole Far Oer che del suo Regno Unito fanno parte, dove ogni anno legioni di baldi giovani muniti di fiocine, roncole e armi da taglio di ogni genere, accorrono invasate ad un barbaro rito di iniziazione, lanciandosi nelle acque del mare per tingerle di rosso. A colorarle è il massacro di decine e decine di innocenti Globicefali, quei neri delfini detti “balene” per le loro dimensioni, o anche “pilota” perché i vecchi pescatori erano abituati a seguirli, considerandoli guide sicure per individuare i grandi banchi di aringhe.

Uno dei riti più barbari del nostro tempo, accanto alla corrida, alle lotte dei cani e alla "ricerca scientifica con arpioni" delle baleniere
giapponesi, è l'assurdo massacro di Globicefali che da tempo immemorabile si perpetua alle Isole Far Oer, nell'Oceano Atlantico tra Norvegia, Gran
Bretagna e Islanda.

Ma tornando al destino dei capodogli e degli altri grandi abitatori delle profondità, qualche riflessione sorge spontanea. Per salvarli non sarà sufficiente neppure l’immensità dell’Oceano? Dobbiamo proprio invadere, sfruttare e contaminare tutti gli angoli di terre e di acque? Eravamo già sopraffatti di immondizie sulla terraferma, ora rischiamo di esserne sommersi anche nell’ecosistema che più attrae e affascina, l’azzurro mare. E per la nostra insipienza continueranno a profilarsi sempre più nuove minacce per la sopravvivenza delle creature più gigantesche e pacifiche del Pianeta. Forme di vita antichissima, di cui malgrado i nostri sforzi non conosciamo ancora che una minima parte, livelli di intelligenza inimmaginabili: capaci di comunicare tra loro alla distanza di centinaia di chilometri attraverso la musica più affascinante e inafferrabile, il cosiddetto “canto delle balene”.

Prima di essere esplorata e conosciuta a fondo, questa vita straordinaria rischia di essere cancellata del tutto dalla faccia della terra e dagli abissi del mare. A meno che l’incosciente carnefice egoista che si è autoproclamato “Re dell’Universo” non si trasformi in generoso salvatore, per conservare al futuro, con le balene, un sorriso antico 50 milioni di anni.

 

Gennaio 2010, Franco Tassi.