Considerato un nemico da distruggere, e una piaga da eliminare, appena una trentina di anni fa il lupo in Italia non sembrava avere alcun futuro. Né cultura, né scienza, né economia o sociologia consentivano di aprire il pur minimo spiraglio di luce per sperare di offrirgli, nel buio tunnel in cui s’era rifugiato –in realtà un’oscura galleria di credenze e superstizioni, diffamazioni e calunnie riversategli addosso per secoli e secoli dall’uomo stesso- la benché minima speranza di salvezza.

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E’ davvero un “miracolo” che un piccolo nucleo di orsi bruni abbia potuto sopravvivere fino ai giorni nostri, allo stato libero e selvaggio, nel cuore dell’Appennino Centrale, ad appena un paio d’ore da Roma e da Napoli. Quel miracolo si chiama Parco Nazionale d’Abruzzo, una realtà innovatrice sorta all’inizio del secolo scorso grazie all’impegno tenace di Erminio Sipari, cugino di Benedetto Croce e parlamentare assai attivo, che seppe unire spinte culturali, entusiasmi naturalistici e desiderio locale di integrazione con il resto del Paese, fondando per iniziativa privata il primo Parco Nazionale d’Italia: inaugurato a Pescasseroli il 9 settembre 1922, e qualche mese dopo riconosciuto anche con legge dallo Stato italiano.

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La presenza della Lince in Italia, non solo nelle Alpi occidentali e orientali, ma anche nell’Appennino (soprattutto centrale) è ormai ampiamente comprovata e non può essere posta seriamente in discussione. Mentre però alcuni studiosi tendono a considerarla frutto delle reintroduzioni operate con successo al di là delle Alpi (Francia, Svizzera, ex Jugoslavia) -  ciò che non spiegherebbe comunque le presenze appenniniche – è assai probabile che in realtà nuclei relitti assai ridotte di tale felino, a comportamento spiccatamente criptico, abbiano potuto conservarsi in alcune zone montane particolarmente remote e segregate, tanto delle Alpi occidentali e orientali, che dell’Appennino.

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La storia del nobile Cervo nel nostro Paese, e specialmente nell’Appennino, è davvero istruttiva. Signore delle foreste, un tempo considerato ambito trofeo di caccia, presente e diffuso quasi ovunque nei secoli scorsi, era stato vittima di caccia eccessiva e di efferato bracconaggio, soprattutto negli ultimi duecento anni, al punto da scomparire completamente tanto dall’Appennino che dalle stesse Alpi nell’ultimo dopoguerra: e cioè appena mezzo secolo fa. Sopravviveva soltanto con un piccolo nucleo autoctono al Gran Bosco della Mesola, mentre altri limitati popolamenti ricostituiti qua e là provenivano tutti da immissioni artificiali, più o meno recenti.Sporadici individui potevano talvolta giungere in Italia valicando le Alpi, ma non riuscivano a formare popolazioni stabili. Quanto al Cervo sardo, si trattava di una forma alquanto diversa, nettamente separata da quelle continentali. 

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Il Camoscio che ancor oggi vive nell’Appennino, con poco più di un migliaio di esemplari dicendenti dal piccolo nucleo miracolosamente salvato, al principio del secolo scorso, dal Parco Nazionale d’Abruzzo, è il diretto discendente di quei Camosci che, durante i periodi glaciali, penetrarono molto a Sud nella penisola italiana ma poi, a seguito dei profondi mutamenti climatici, finirono col soccombere, salvo in poche zone privilegiate, dove trovarono asilo. Qui sopravvissero grazie a particolari adattamenti, subendo quindi una progressiva differenziazione dal ceppo originario.

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